Detriti

Frammenti di morte e di vita

Aarhus

Il primo marzo del 1981, nei blocchi H del carcere di Maze (Long Kesh, Irlanda del Nord), partì il secondo sciopero della fame. I detenuti della Provisional IRA, Irish Republican Army, e dell’INLA, Irish National Liberation Army, diedero il via ad un digiuno di gruppo, iniziando a scaglioni di quindici giorni l’uno dall’altro, in modo da prolungare la protesta nel tempo e ottenere il massimo effetto sull’opinione pubblica e sul Governo britannico. Le richieste dei prigionieri nord irlandesi erano basilari: diritto di vestire abiti civili, riconoscimento dello status di “detenuti politici” e godimento dei pochi privilegi già concessi ai detenuti per reati comuni.

I militanti delle due organizzazioni non erano nuovi a proteste clamorose: prima dello sciopero della fame c’erano state una blanket protest e una dirty protest. Nella prima, rifiutando di essere abbigliati come gli altri reclusi (con una uniforme carceraria), i detenuti di IRA e INLA indossarono per molto tempo soltanto delle semplici coperte. Nella dirty protest invece i prigionieri rifiutarono per mesi di radersi e di lavarsi, imbrattarono completamente le pareti delle celle con le proprie feci, e inondarono – ciclicamente e in maniera coordinata – i corridoi del carcere con la propria urina.

Il primo a rifiutare il cibo fu Bobby Sands, officer commanding dei detenuti dell’IRA. Nelle settimane successive entrarono in sciopero altri due membri della stessa organizzazione: Francis Hughes e Raymond McCreesh. Seguì Patsy O’Hara, officer commanding dei detenuti dell’INLA. Altri diciannove prigionieri di entrambe le organizzazioni iniziarono lo sciopero nei mesi successivi.

Il Governo britannico non mostrò alcuna volontà di trattare: Margareth Thatcher fu inflessibile. Dai primi di maggio del 1981, una lunga e penosa spirale mortifera avvolse i prigionieri nord-irlandesi suscitando una profonda impressione in tutto il mondo.

Dopo 66 giorni di sciopero della fame, Bobby Sands spirò il cinque maggio del 1981. Francis Hughes morì il dodici maggio dopo 59 giorni. Il 21 maggio toccò a Raymond McCreesh e a Patsy O’Hara (61 giorni). L’otto luglio, dopo sessantuno giorni di sciopero, mancò anche Joe McDonnell. Il tredici luglio morì Martin Hurson (46 giorni). Il primo agosto, dopo settantuno giorni di digiuno, spirò Kevin Lynch. Kieran Doherty e Thomas McElwee mancarono rispettivamente il due e l’otto di agosto (73 e 62 giorni). Il venti agosto toccherà a Mickey Devine (60 giorni). Alcuni degli altri uomini furono salvati per intervento delle famiglie quando caddero in coma dopo decine di giorni di sciopero. Altri furono costretti ad interrompere per gravissimi motivi di salute. I rimanenti cessarono lo sciopero il tre ottobre del 1981.

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Qualche giorno fa percorrevo i corridoi dell’ospedale pubblico più grande della mia piccola regione. La struttura è composta da una serie di palazzoni ormai cadenti che nulla hanno da invidiare alle periferie della ex Unione Sovietica. Negli ultimi anni alcune entità politico-mafiose hanno spinto flussi di denaro pubblico sempre maggiori verso le strutture private convenzionate (a torto definite “d’eccellenza”) creando una vera e propria voragine nei conti della sanità regionale. Naturalmente adesso si sta rimediando con i tagli e le chiusure a scapito delle strutture del sistema sanitario nazionale. L’ospedale pubblico cade a pezzi, ma quello dei preti – costruito accanto – splende di luce divina, e grazie al denaro dei contribuenti.

Mia nonna, l’ultima in vita e la più vecchia di tutti, è stata ricoverata nel malandato blok che ho appena descritto. Ha avuto un ictus il lunedì della settimana di Pasqua. Dopo giorni incerti si muove nuovamente in maniera discreta e comprende tutto alla perfezione (anche se non riesce a parlare). Mentre tentavo di comunicare con lei ho immaginato i pensieri e le parole farsi strada nella sua testa e bloccarsi appena un attimo prima di uscire, sulla punta della lingua. Seduta sul suo letto d’ospedale, come un suricato su una pietra, osserva e ascolta tutto ciò che le accade intorno. Tanta vitalità fa ben sperare.

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All’alba di un giorno qualsiasi della fine di luglio del 2008 mi trovavo (semiaddormentato) su una panchina nella futuristica stazione di Høje-Taastrup. Un treno partito nella notte da Aarhus aveva scaricato me e la mia compagna in quel luogo pressoché deserto in attesa di un altro treno diretto in Germania, a Lübeck.

Il sole in quel periodo dell’anno sorge intorno alle cinque ma nelle notti dell’estate danese c’è sempre una sorta di chiarore, una bassa luminosità di fondo che rende tutto più magico e sfumato. Di quella mattina, oltre alla bellissima luce che filtrava dai vetri della struttura in acciaio e vetro, ricordo soltanto due cose. Avevo una sete maledetta e dovevo andare al bagno.

Il negozio della Kort & Godt, presenza fissa in molte stazioni danesi, era ancora chiuso, quindi niente acqua. I cessi funzionavano soltanto introducendo una moneta da due corone nel meccanismo di blocco della maniglia delle porte. Ovviamente non avevamo spicci e in stazione c’era solo un ubriaco che dormiva quieto su un’altra panchina.

Prossimo a farmela addosso, ricordai fortunosamente un dettaglio che mi consentì di aprire uno di quei benedetti cessi. Una quindicina di anni prima mio padre era stato in Danimarca – per visitare allevamenti e aziende – con una delegazione di veterinari e allevatori della provincia. Da quel viaggio, oltre alle bellissime canne da pesca che portò in regalo a me e ai miei fratelli, tornò con alcune corone che gli erano rimaste in tasca. Una di queste monete (per chi non lo sapesse: sono bucate al centro) l’avevo data alla mia compagna poco dopo esserci conosciuti ed era finita in una specie di collana insieme ad altre cose.

Morale della favola: la collana fu brutalmente sacrificata sull’altare dei miei bisogni corporali.

[La foto è mia. L’ho scattata nella stazione di Aarhus nel 2008. Allora usavo la pellicola (e  quest’anno sono tornato alla pellicola). Chi ha stomaco può vedere Hunger, un film di Steve McQueen dedicato allo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh.]

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Pensieri sparsi prima di dormire

I Šarlo Akrobata furono un gruppo della vivace scena (post)punk e new wave jugoslava. Il nome significa letteralmente “Charlot l’acrobata”: così era conosciuto Charlie Chaplin nell’ex Federazione. Uniti per un breve periodo all’inizio degli anni ottanta, questi tre ragazzi di Belgrado (Milan Mladenović, Dušan Kojić e Ivan Vdović) dettero alle stampe un solo – notevole – album. Pochi mesi dopo l’uscita del disco il gruppo si sciolse.

Nonostante la breve vita, la band fu definita seminale a causa dell’influenza che ebbe sull’intera scena new wave e post punk dei Balcani.

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Due dei tre componenti dei Šarlo Akrobata passarono a miglior vita in giovane età. Alla metà degli ottanta il batterista della band – Ivan Vdović – fu il primo caso di positività all’HIV registrato ufficialmente in Jugoslavia (almeno stando alle scarne informazioni reperite sul web). Spirò nel settembre 1992, a 31 anni, in tempo per vedere il paese in cui aveva suonato per oltre dieci anni piombare nel baratro della guerra civile. Il cantante del gruppo, Milan Mladenović, scomparve un paio di anni più tardi a causa di un cancro.

Mentre ascoltavo la loro O, o, o… in cuffia durante un viaggio in treno, ho realizzato di non aver fatto nulla per lasciare un segno nella mia stramba esistenza. Di seminale, eccetto qualche fiotto di liquido qua e là, nella mia vita ho fatto ben poco.

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Davanti al cofano fumante della vecchia Clio, la notte di venerdì 17 febbraio, ho desiderato (per un attimo interminabile) di non essere più me stesso. Ho desiderato di non portare il mio nome e cognome, di non essere lì, in un parcheggio con scarsa illuminazione chiamato Sabina Ovest usato come pisciatoio all’aria aperta da tutti gli avventori di passaggio. Per una volta, una volta sola in questa sudicia vita, avrei voluto che spuntasse qualcuno da un cespuglio, dalla lampada o dal cofano della macchina, che mi dicesse: “tranquillo, ci penso io, ci sono qua io”. Qualcuno che mi desse una spinta davanti all’ennesimo – piccolo ma rognoso – ostacolo che la sorte mi aveva presentato davanti.

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La strada che porta da casa mia alla chiesa di campagna dove mi hanno battezzato è dritta, lunga circa un chilometro, ma tutta in salita. Andarci a piedi o in bici non è molto gradevole. Da bambino era sfiancante, soprattutto al pomeriggio dopo pranzo, quando ero costretto ad andare a catechismo con altri ragazzotti della frazione.

Nella vita di tutti i giorni, per rendere accettabile al prossimo il mio ateismo e il mio provocatorio anticlericalismo, racconto sempre un aneddoto simpatico legato a quegli odiosi pomeriggi di catechismo.

Le donne che davano “lezioni” nei locali attigui alla chiesa mi avevano parlato della creazione e di come Dio, da un giorno all’altro, si fosse prodigato a creare il mondo, gli esseri umani e tutto il resto. Io, come molti i bambini, ero in fissa per i dinosauri e amavo collezionare qualsiasi libro possibile sul tema. I miei genitori (che hanno due lauree scientifiche) si erano preoccupati di spiegarmi per sommi capi, insieme alle teorie più accreditate sulla formazione della terra e sull’evoluzione, da dove erano saltati fuori quei maestosi rettili. Per farla breve: Darwin nella mia testa era già di casa. Di conseguenza non accettai di prendere per buone, al contrario degli altri bambini, verità prive di dinosauri.

Un bel pomeriggio mi presentai in chiesa – armato di uno zaino zeppo di libri sui dinosauri e sul resto – e cercai di confutare le tesi della catechista. L’unica cosa che ottenni con questa iniziativa fu un attento controllo dello zaino (da parte di mia madre) prima delle lezioni successive. Il materiale di propaganda fu regolarmente intercettato e la mia fede, già scarsa poiché non indotta e non curata, si sgretolò definitivamente sul granito della scienza.

[L’immagine non è mia. È la copertina di Bistriji ili tuplji čovek biva kad… Il primo e unico album dei Šarlo Akrobata]

La vita minima

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Negli ultimi quattordici anni ho trascorso i miei giorni in una sorta di bunker. Sono rimasto trincerato in una tana fatta di libri, film e musica. So che la cosa potrebbe sembrare strana a molti e, probabilmente, folle ai più; ma le cose sono andate esattamente come racconterò in queste righe.

Ad un certo punto, avevo sì e no vent’anni, persi completamente interesse per certi luoghi pubblici, per le serate nei locali, per i concerti, per i festival e persino per le attività politiche del mondo studentesco. Persi, in sostanza, interesse per tutte le cose che appartenevano alla gran parte dei miei coetanei. Il mio carattere da orso prevalse definitivamente, interrompendo una fase, durata diversi anni, in cui avevo amato mescolarmi alla gente.

Le sere, più spesso “i sabato sera” (come questo), divennero momenti di beata solitudine. Abitavo in una zona periferica, e solo raramente dalla finestra entravano i suoni della vita che non stavo vivendo. Iniziai ad alzarmi sempre più presto, preferibilmente tra le sei e le sette. Le ore di lettura crebbero vertiginosamente. Quelle di studio molto meno, aumentai il ritmo soltanto in una seconda fase: quando mi resi conto che senza quelle due o tre carte stracciate la società che non amavo mi avrebbe chiuso, definitivamente, il cancello in faccia.

Il cinema, e parlo di cinema non di spazzatura, divenne la principale alternativa: l’arricchimento passivo con cui inframezzare le letture. Le piccole sale del centro di Siena rimasero i pochi luoghi pubblici serali che amavo frequentare: per quanto talvolta fossero infestate da imbecilli abituati a parlare durante i film.

In quel periodo mi abbandonò, con un terribile puzzo di bruciato, anche l’unica televisione che io abbia mai posseduto (una piccola scatola nera degli anni ottanta ereditata da un precedente inquilino). La musica in cuffia restò fedele compagna dei momenti di pausa. Leggevo, studiavo, guardavo film, ascoltavo dischi e immaginavo viaggi (un paio li ho anche fatti: per quello che consentivano le mie risicate risorse economiche).

Non fraintendetemi, avevo amici e amiche, anche molti più di una persona che un fanatico della classificazione definirebbe normale. Ma li vedevo prevalentemente di giorno: a casa, in un bar, in piazza o per strada. Talvolta a cena a casa mia, in cucina me la sono sempre cavata decentemente. Regalavo libri, consigliavo film, passavo dischi (e continuo a farlo tuttora, ma solo con chi lo merita).

Da buon cane sciolto ho avuto sempre una certa idiosincrasia per uscite collettive e per le dinamiche “di gruppo”. Ho sempre cercato di creare rapporti esclusivi con le persone, di lasciare una traccia, un ricordo possibilmente positivo. Mi piaceva ascoltare le persone – anche per ore – senza che le interferenze di terzi potessero creare rumore e barriere. Iniziai così a nutrire la mia testa anche con i racconti delle persone. Non c’era alcun intento voyeuristico o (peggio!) ciarliero in tutto ciò. Mi immedesimavo, partecipavo alla vita degli altri, cementavo amicizie, e – se richiesto – esprimevo la mia opinione; altrimenti mi limitavo a tenere la bocca chiusa. Devo essere sincero, questo modo di vivere i rapporti personali era impegnativo. Il mio continuo dare, ascoltare, prestare attenzione, senza mai pretendere nulla, lasciava a volte strascichi negativi e delusioni. Ma ancora oggi sono convinto che sia il modo migliore per vivere le persone: quando capitano quelle giuste la felicità è garantita.

Negli anni iniziai a provare una forte insofferenza per i luoghi in cui il volume della musica o il brusio della folla impedivano le conversazioni superiori ad uno scambio scimmiesco di gesti. Come ho già scritto altrove, non amavo ballare e di fatto (eccetto una sera balorda in cui sentii l’esigenza di avvicinarmi alle usanze bacate dei miei simili) non lo feci mai. Bevevo, mi è sempre piaciuto bere, chiacchierando in compagnia ma anche da solo. Talvolta svuotavo lattine di birra in solitaria, la sera tardi, sul terrazzo di casa, “contemplando” il paesaggio di luci arancioni del grande deposito di autobus su cui abitavo. Ma non era un vizio: ho sempre avuto un equilibrio, sapevo dove e quando fermarmi.

Ho passato la parte migliore della mia giovinezza in questo modo, chiuso con le mie carte a guardare una vita che raramente sembrava appartenermi e, per come sono andate le cose, non ho rimpianti. Ho scelto la mia strada, è questo l’unico modo in cui volevo stare al mondo.

La febbre del sabato sera dovrà attendere un’altra vita.

 

Le nostre scuole fragili

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Il trentuno ottobre del duemiladue eravamo a scuola.

Ricordo con esattezza che un compagno di classe grosso, alto e parecchio esuberante,  saltava di frequente per far oscillare paurosamente il piano e farci spaventare. Lo fece un paio di volte anche quel giorno. Poi all’improvviso: «Coglione! Ti fermi che si sta muovendo troppo, non lo senti?».

Il mio amico robusto si era già fermato prima che aprissimo la bocca per insultarlo ma il pavimento, l’armadio, le finestre e gli alberi in giardino non smisero di agitarsi rumorosamente. Restammo impietriti, senza far nulla, qualcuno rideva in maniera isterica, altri piangevano. Nessuno si mise sotto il tavolo, nessuno accennò nemmeno a mettersi in sicurezza sotto qualche trave.

Un bidello e un paio di professori uscirono in strada correndo come lepri prima ancora che la scossa fosse finita: primi in tutto l’istituto. Noi restammo seduti come statue per sessanta secondi che sembrarono infiniti; poi ci fu un lento e disordinato affollarsi per le scale, fino a confluire nel giardino già stracolmo di gente.

Il paese era nel caos. Le strade traboccavano di gente impaurita e nervosa, si faceva fatica anche a fare pochi metri in auto.

Tornammo a casa dopo due ore di delirio collettivo in mezzo alla strada. La televisione mostrava immagini spettrali di paesi lesionati (tutti molto vicini) ma l’attenzione era tutta su San Giuliano di Puglia, che a dispetto del nome è in Molise. In mezzo ai tanti scheletri di case rimaste in piedi (anche se inagibili), l’unico edificio crollato era la scuola intitolata a Francesco Jovine. Elementari e medie insieme nello stesso edificio, come capitava spesso nei centri piccoli.

Sotto la scuola morirono ventisette bambini e una maestra. La prima elementare, la classe dei nati nel 1996, scomparve per intero.

Erano passati più di dieci giorni dal terremoto e di scuola ancora non si sentiva parlare. Fuori freddo e pioggia: sembrava un autunno qualsiasi. La mattina aiutavo mio padre alla stalla e il pomeriggio bivaccavo con altra gente seduto sotto un portico. A pochi metri da noi una orribile scritta murale – w il sisma – celebrava lo stato d’eccezione e la chiusura a tempo indeterminato delle scuole.

Gran parte degli edifici scolastici della regione era a rischio. Fu l’inizio di un lungo periodo di stasi che ricordo con particolare inquietudine. Le scuole rimasero chiuse e non si parlava altro che di terremoto, di agibilità, di rischio sismico e di prevenzione. Il paese era (ed è) in una zona di massimo rischio sismico, le cronache locali lo ricordano devastato ciclicamente da terremoti violentissimi.

Comitati di ogni sorta nacquero come funghi per impedire che il migliaio di studenti (dall’asilo agli istituti superiori) rimettesse piede dentro edifici pericolosi. Non ricordo una fase storica altrettanto densa di manifestazioni, assemblee popolari, riunioni, dibattiti, proteste clamorose.

Verso la metà di novembre ci organizzammo per fare scuola autonomamente (con la complicità dell’intero corpo docenti) nei garage e nelle case private. Nonostante il terremoto, il nostro era l’ultimo anno del liceo scientifico e qualcosa all’esame di maturità avremmo dovuto raccontare.

Prima di Natale iniziarono i doppi e i tripli turni nell’unico edificio rimasto praticabile con il debole attestato di “agibilità statica” (gli altri erano lesionati). Tutti gli istituti superiori furono concentrati in un unico stabile: si andava a scuola la mattina, il pomeriggio e la sera con ore da cinquanta minuti per assicurare una frequenza a tutti. Ricordo le settimane invernali con i turni pomeridiani come un incubo: si entrava a scuola che era già quasi buio e si usciva ad ora di cena.

In primavera iniziò per i più piccoli (elementari e medie) la lunga stagione delle baracche, che in qualche luogo non è ancora terminata. Mezza regione era ancora in subbuglio e molte scuole furono trasferite in fatiscenti “casette di legno”.

L’anno scolastico finì con i doppi turni e malgrado i disagi facemmo l’esame di maturità in condizioni tutto sommato accettabili. Poi partimmo per l’università e soltanto pochissimi di noi restarono a studiare in regione.

Oggi le scuole che abbiamo frequentato sono state ricostruite (quasi tutte) con tecniche antisismiche. La sorte cinica e beffarda ha voluto che il mio ex liceo porti, dal 2009, il nome di un caro amico morto da studente nel terremoto dell’Aquila. Si chiamava Elvio Romano e la storia che ho raccontato l’aveva vissuta anche lui insieme a me e a molti altri.

[Questo post è stato scritto con il pensiero rivolto al terremoto che recentemente ha sconvolto il centro Italia. Sono certo che ancora una volta l’Appennino saprà rialzarsi come ha sempre fatto: da nord a sud. Per chi avesse voglia, “La storia siamo noi” si occupò del terremoto del Molise del 2002 con questo documentario. Di Elvio avevo parlato anche qui. La foto iniziale è mia ma col post non c’entra nulla, l’ho scattata dal treno tornando da Pisa in un giorno strano. L’immagine in fondo alla pagina è presa dall’archivio online de «La Stampa». Qui e qui ci sono due belle foto delle “casette di legno” in cui facevano scuola i ragazzini di elementari e medie]

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Un saluto mancato

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Sono qui nel loculo più alto, sulla parete nord del cimitero. Da una fessura entra la neve e ci rimane per mesi.

Franco Arminio, Cartoline dai morti, Roma, Nottetempo, p. 133.

Le ultime ore di mia nonna le ho trascorse lontano da lei, lontano da casa, come gli ultimi tredici anni del resto. Nei momenti importanti sono stato spesso assente. Non pervenuto.

Nei giorni precedenti la sua morte, pur essendo al corrente delle sue cattive condizioni di salute, invece di tornare a casa sono andato ad un convegno. In certe situazioni la presenza deve essere assicurata, specialmente quando sei relatore, abbastanza giovane e molto in basso nelle gerarchie accademiche (a dire il vero, più che in basso sono proprio fuori). Sarebbe stato inopportuno assentarsi e io non l’ho fatto; ho fatto il buon soldato. Pur avendo una motivazione solida, ho ceduto allo zelo, al puntiglio e – forse – all’egoismo.

Un egoismo peculiare della mia generazione, che si sente sempre autorizzata a passare su tutto e su tutti in nome della realizzazione personale e del riconoscimento sociale. Non è solo una faccenda di soldi, è una questione di simboli, di mode e di privilegi continuamente indotti e sbandierati. Siamo una generazione schiava delle proprie ambizioni, in gran parte profondamente borghesi: il posto a scuola, nella banca, nella grande azienda, nell’ufficio pubblico, nell’università. Non cerchiamo un posto al mondo, non un luogo dove stare, non delle persone da vivere ma uno status e dei simboli, ovunque sia, anche nel deserto o tra i ghiacci polari, e a qualsiasi costo. Nota a margine: il diavolo ci salvi dai nati dopo la metà degli anni Novanta, sono anche peggio di noi, «afasici e cattivi come vipere», per scomodare Pasolini. Non mi lancerò in una disamina sulla vacuità della mia generazione, non ho gli strumenti per farlo e non mi interessa. Volevo soltanto buttar fuori un po’ dello scoramento che mi porto dietro per questo saluto mancato.

L’ultimo martedì di ottobre nonna si è sistemata nel loculo più in alto della fila, in fondo al cimitero verso la parete ovest. Tutto è avvenuto senza troppi strepiti, senza clamore, con discrezione e dolcezza, com’era tipico dei suoi modi gentili. Il giorno del funerale ho realizzato, con rammarico, di non averla mai fotografata; eppure, senza fare classifiche d’affetto, era la nonna cui ero più legato per molti motivi.

Adesso è tardi.

Al mio ritorno, col gelo di dicembre, potrò fotografare soltanto la sua l’assenza, la vita senza. Una casa senza nonna, una cucina senza cuoca, una sedia vuota accanto ad una stufa spenta, gli occhiali chiusi poggiati su una rivista di enigmistica, le piante grasse sui lunghi balconi, il carrellino che usava per fare la spesa, le tante pantofole, il mestolo di alluminio (che da bambino usavo spesso per bere dalla fontana) appeso sotto lo scolapiatti, la porta chiusa – senza la chiave nella serratura – come quando usciva.

[Di nonna Sisina (all’anagrafe Teresina) avevo parlato anche qui. Quello dell’ultima settimana di ottobre è stato un ritorno amaro, come questo post. La foto non c’entra nulla, l’ho fatta nella stalla (tra una palata di letame e l’altra) che è il luogo che frequento più spesso quando torno a casa. L’incipit iniziale l’avevo già usato; l’ho solo trasferito da un altro post a questo.]

Quel che resta di un’estate

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Un’altra estate regalata alla terra. O forse buttata, insieme a tutte le altre.

Come mi capita spesso, non ho la lucidità di rimettere insieme i pensieri e gli spunti che mi saltano in mente nelle giornate di lavoro in campagna o alla stalla. Il più delle volte torno a casa e dopo la doccia e qualche birra crollo sul divano senza prendere nota, senza scrivere nemmeno una riga su quello che mi è passato per la testa durante il giorno, spesso non ne vale nemmeno la pena.

Gli allori del dottorato sono serviti, come previsto, a stento per condire un piatto di lenticchie, nulla più, ma non è di questo che voglio parlare. Non ho più voglia di lamentarmi.

La ripartenza di settembre si è impastata come sempre di malinconia e di pensieri. Guidando per tornare a nord ho ripercorso con la vista e con la mente tutte le miserie della mia piccola e disgraziata regione. Mai come questa volta sono andato via convinto del fatto che non ci salveremo: non con queste politiche, non con questa gente, non con queste prospettive.

Le campagne sono un deserto terribile, il trionfo dell’incolto, dei rovi e dei fossi interrati. Gli agricoltori e gli allevatori nella mia zona si contano ormai in poche decine e hanno tutti tra i cinquanta e i settanta anni. Ogni anno molti chiudono e nessuno riapre. Il famoso ritorno alla terra – qui come altrove – non esiste.

Nota di colore. In aggiunta ai problemi che già c’erano, da due anni sono arrivati i cinghiali (animali in precedenza presenti ma poco numerosi) che qualche sciocca associazione di cacciatori ha liberato. Senza predatori e con molte risorse a disposizione, i porci selvatici (di una specie molto prolifica) sono aumentati a tal punto che la regione è stata costretta a dichiarare lo stato di calamità naturale per i danni causati alle colture. L’undicesima piaga d’Egitto in salsa molisana.

In paese la condizione è ancora peggiore. Dopo la chiusura dell’unica grande azienda il lavoro più gettonato è quello del cassintegrato. Alcuni, non contenti, arrotondano la cassa lavorando a nero. In tal modo riescono a fregare contemporaneamente lo Stato, il contribuente e i loro stessi figli (che restano disoccupati).

L’odio popolare, fomentato dalle chiacchiere dei social media (i paesani hanno tutti facebook, malgrado siano capaci di esprimersi soltanto con gesti e grugniti), si concentra sugli ultimi arrivati: i richiedenti asilo.

Catapultati in una irreale dimensione di provincia, centinaia di ragazzi e ragazze di ogni colore stazionano senza far nulla davanti ai tre alberghi (di solito semivuoti ed ora sempre al completo) del paese. Sono diventati, a loro insaputa, il business più fruttuoso della stantia economia della regione. Le attività che in altri luoghi si organizzano (corsi d’italiano, avviamento al lavoro o il semplice volontariato) qui non esistono: ozio e noia per tutti, l’importante è che i furbi di turno facciano cassa.

I paesani guardano, disprezzano e passano (non tutti, per carità, anche lì c’è qualcuno col cervello!). I commenti sono sempre gli stessi, sembrano presi dal Manuale del cerebroleso medio edito dalla Lega. C’è la storiella del «gli diamo 35 euro al giorno», quella del «mandiamoli a togliere le pietre dai campi». Poi ci sono le storie fatte per spargere terrore: «perché camminano in gruppi?», «io non faccio più uscire i bambini», e cose così. A diffondere queste banalità sono spesso impiegati pubblici (il grosso dei “lavoratori” della regione) e casalinghe, che udarnik proprio non sono e per dedizione alla fatica non hanno mai brillato. I commenti peggiori vengono però dal fondo della botte, dalla feccia, da quelli che tra cassa integrazione, disoccupazione, sussidi ed elemosine varie non hanno mai lavorato. Passando gran parte del tempo tra slot machines e bar hanno tutto il tempo per osservare ed odiare.

L’estate della regione offre uno spettacolo desolante di feste e sagre di paese tutte uguali (di cui solo alcune conservano un certo interesse) fatte per attirare turisti di terza classe. La parte più truce delle periferie romane e napoletane accorre famelica dopo un’ora e mezza di auto. Per pochi euro s’ingozzano come oche nei ristoranti di campagna travestiti da agriturismi. Niente cibo genuino ovviamente, quello vale qualcosa e si paga, per questi basta l’immondizia della grande distribuzione travestita da prodotto locale.

La parte positiva dello sviluppo turistico – cura del territorio, piani regolatori rigidi, pulizia dei centri urbani, promozione culturale – resta nell’ombra, quando non proprio dimenticata. Basti pensare (e qui viene da piangere!) che per entrare in una delle più belle zone archeologiche della regione non si paga nemmeno un euro di biglietto. Non abbiamo scampo.

Concludo con due note positive. La prima è che esiste, nella stessa regione, uno zoccolo duro di persone che sono rimaste e provano a percorrere strade diverse. Sono gli ultimi indiani, isolati e spesso senza poteri, ma la loro presenza lascia un barlume di speranza per il futuro. La seconda è personale: nonostante la consueta scarsità di risorse, la scorsa settimana mi sono concesso un breve viaggio in auto in Slovenia. Sono partito insieme a Silvia con la vecchia Clio, un atlante stradale regalato da amici e pochi bagagli. A volte per ritrovare il sorriso bastano anche solo quattro giorni, così è stato.

[La foto del post l’ho fatta a Lancovo, nel comune di Radovljica (in Slovenia appunto) nella bellissima casa di una pittrice sessantenne che ci ha affittato una stanza.]

L’occasione mancata

[Avevo cestinato questo breve post a causa di una serie di perplessità (emerse anche tra i miei lettori abituali). Ripensandoci non ho intenzione di ritirare né di correggere nemmeno una parola rispetto a ciò che avevo scritto in precedenza. Tutti quelli che non sono d’accordo, invece che stare in silenzio, possono benissimo esprimere il loro dissenso. I commenti sono liberi, non ho mai censurato nessuno.]

Un colpo di Stato non è un’operazione democratica, questo è certo.

Ma non è democratico nemmeno chiudere i giornali e le tv dell’opposizione, ridurre le forze di polizia alla stregua di una milizia di partito, proibire gli alcolici (o tentare di farlo), opprimere le minoranze con la violenza (ed eliminarne fisicamente i portavoce), utilizzare le forze di polizia per picchiare selvaggiamente manifestanti di qualsiasi tipo (omosessuali, comunisti, curdi e altri oppositori), finanziare l’ISIS (fomentare la guerra in Siria), avere rapporti cordialissimi con i grassi tiranni del Golfo, tirare con l’artiglieria sui combattenti curdi dello YPG in territorio siriano e tante altre cose.

Personalmente non ritengo legittimo nemmeno che, dopo anni di laicità, le università turche e i locali pubblici siano nuovamente pieni di teste velate (l’utilizzo pubblico del velo era stato proibito da Atatürk negli anni Venti).

Se volessimo elencare i provvedimenti antidemocratici e repressivi presi dal sultano (evito di fare il suo sporco nome) in quindici anni di regno potremmo scrivere un libro.

La mia non è un’analisi politica – sulla Turchia ho ancora molto da studiare e da leggere – è una scelta di parte.

Questa notte ero dalla parte degli ufficiali e dei soldati golpisti. Hanno avuto il coraggio di fare quel che andava fatto, anche se in maniera improvvisata e non fino in fondo. Con loro c’era anche lo spirito di Mustafa Kemal Atatürk e della Turchia moderna, laica ed europea. La storia li assolverà.

Ha vinto la folla becera, il “popolo bue” fatto di ottusi e conservatori. Tra i manifestanti scesi in piazza a favore del sultano non si è vista nemmeno una donna, già questo spiega molte cose. Le immagini dei giovani militari picchiati e linciati dalle stesse persone su cui non avevano sparato mi ha fatto ribollire di rabbia.

La prossima volta, ragazzi, per il futuro di tutti, vuotate i caricatori e fate stridere i cingoli dei carri sulla feccia.

[La foto viene dal sito de «La Repubblica»]

Repubblica