Frammenti di morte e di vita

Aarhus

Il primo marzo del 1981, nei blocchi H del carcere di Maze (Long Kesh, Irlanda del Nord), partì il secondo sciopero della fame. I detenuti della Provisional IRA, Irish Republican Army, e dell’INLA, Irish National Liberation Army, diedero il via ad un digiuno di gruppo, iniziando a scaglioni di quindici giorni l’uno dall’altro, in modo da prolungare la protesta nel tempo e ottenere il massimo effetto sull’opinione pubblica e sul Governo britannico. Le richieste dei prigionieri nord irlandesi erano basilari: diritto di vestire abiti civili, riconoscimento dello status di “detenuti politici” e godimento dei pochi privilegi già concessi ai detenuti per reati comuni.

I militanti delle due organizzazioni non erano nuovi a proteste clamorose: prima dello sciopero della fame c’erano state una blanket protest e una dirty protest. Nella prima, rifiutando di essere abbigliati come gli altri reclusi (con una uniforme carceraria), i detenuti di IRA e INLA indossarono per molto tempo soltanto delle semplici coperte. Nella dirty protest invece i prigionieri rifiutarono per mesi di radersi e di lavarsi, imbrattarono completamente le pareti delle celle con le proprie feci, e inondarono – ciclicamente e in maniera coordinata – i corridoi del carcere con la propria urina.

Il primo a rifiutare il cibo fu Bobby Sands, officer commanding dei detenuti dell’IRA. Nelle settimane successive entrarono in sciopero altri due membri della stessa organizzazione: Francis Hughes e Raymond McCreesh. Seguì Patsy O’Hara, officer commanding dei detenuti dell’INLA. Altri diciannove prigionieri di entrambe le organizzazioni iniziarono lo sciopero nei mesi successivi.

Il Governo britannico non mostrò alcuna volontà di trattare: Margareth Thatcher fu inflessibile. Dai primi di maggio del 1981, una lunga e penosa spirale mortifera avvolse i prigionieri nord-irlandesi suscitando una profonda impressione in tutto il mondo.

Dopo 66 giorni di sciopero della fame, Bobby Sands spirò il cinque maggio del 1981. Francis Hughes morì il dodici maggio dopo 59 giorni. Il 21 maggio toccò a Raymond McCreesh e a Patsy O’Hara (61 giorni). L’otto luglio, dopo sessantuno giorni di sciopero, mancò anche Joe McDonnell. Il tredici luglio morì Martin Hurson (46 giorni). Il primo agosto, dopo settantuno giorni di digiuno, spirò Kevin Lynch. Kieran Doherty e Thomas McElwee mancarono rispettivamente il due e l’otto di agosto (73 e 62 giorni). Il venti agosto toccherà a Mickey Devine (60 giorni). Alcuni degli altri uomini furono salvati per intervento delle famiglie quando caddero in coma dopo decine di giorni di sciopero. Altri furono costretti ad interrompere per gravissimi motivi di salute. I rimanenti cessarono lo sciopero il tre ottobre del 1981.

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Qualche giorno fa percorrevo i corridoi dell’ospedale pubblico più grande della mia piccola regione. La struttura è composta da una serie di palazzoni ormai cadenti che nulla hanno da invidiare alle periferie della ex Unione Sovietica. Negli ultimi anni alcune entità politico-mafiose hanno spinto flussi di denaro pubblico sempre maggiori verso le strutture private convenzionate (a torto definite “d’eccellenza”) creando una vera e propria voragine nei conti della sanità regionale. Naturalmente adesso si sta rimediando con i tagli e le chiusure a scapito delle strutture del sistema sanitario nazionale. L’ospedale pubblico cade a pezzi, ma quello dei preti – costruito accanto – splende di luce divina, e grazie al denaro dei contribuenti.

Mia nonna, l’ultima in vita e la più vecchia di tutti, è stata ricoverata nel malandato blok che ho appena descritto. Ha avuto un ictus il lunedì della settimana di Pasqua. Dopo giorni incerti si muove nuovamente in maniera discreta e comprende tutto alla perfezione (anche se non riesce a parlare). Mentre tentavo di comunicare con lei ho immaginato i pensieri e le parole farsi strada nella sua testa e bloccarsi appena un attimo prima di uscire, sulla punta della lingua. Seduta sul suo letto d’ospedale, come un suricato su una pietra, osserva e ascolta tutto ciò che le accade intorno. Tanta vitalità fa ben sperare.

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All’alba di un giorno qualsiasi della fine di luglio del 2008 mi trovavo (semiaddormentato) su una panchina nella futuristica stazione di Høje-Taastrup. Un treno partito nella notte da Aarhus aveva scaricato me e la mia compagna in quel luogo pressoché deserto in attesa di un altro treno diretto in Germania, a Lübeck.

Il sole in quel periodo dell’anno sorge intorno alle cinque ma nelle notti dell’estate danese c’è sempre una sorta di chiarore, una bassa luminosità di fondo che rende tutto più magico e sfumato. Di quella mattina, oltre alla bellissima luce che filtrava dai vetri della struttura in acciaio e vetro, ricordo soltanto due cose. Avevo una sete maledetta e dovevo andare al bagno.

Il negozio della Kort & Godt, presenza fissa in molte stazioni danesi, era ancora chiuso, quindi niente acqua. I cessi funzionavano soltanto introducendo una moneta da due corone nel meccanismo di blocco della maniglia delle porte. Ovviamente non avevamo spicci e in stazione c’era solo un ubriaco che dormiva quieto su un’altra panchina.

Prossimo a farmela addosso, ricordai fortunosamente un dettaglio che mi consentì di aprire uno di quei benedetti cessi. Una quindicina di anni prima mio padre era stato in Danimarca – per visitare allevamenti e aziende – con una delegazione di veterinari e allevatori della provincia. Da quel viaggio, oltre alle bellissime canne da pesca che portò in regalo a me e ai miei fratelli, tornò con alcune corone che gli erano rimaste in tasca. Una di queste monete (per chi non lo sapesse: sono bucate al centro) l’avevo data alla mia compagna poco dopo esserci conosciuti ed era finita in una specie di collana insieme ad altre cose.

Morale della favola: la collana fu brutalmente sacrificata sull’altare dei miei bisogni corporali.

[La foto è mia. L’ho scattata nella stazione di Aarhus nel 2008. Allora usavo la pellicola (e  quest’anno sono tornato alla pellicola). Chi ha stomaco può vedere Hunger, un film di Steve McQueen dedicato allo sciopero della fame nel carcere di Long Kesh.]

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8 pensieri su “Frammenti di morte e di vita

  1. Auguri a tua nonna Michele, di cuore. Non conoscevo la storia dello sciopero della fame e vedrò volentieri il film. Lo cerco. Bello l’aneddoto della corona danese. A volte i doni hanno un doppio uso

  2. di passaggio.
    buona l’dea del ritorno alla pellicola.
    good luck per la gradma.
    di bobby sands ho letto /one day in my life/

    saluti,

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