La vita minima

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Negli ultimi quattordici anni ho trascorso i miei giorni in una sorta di bunker. Sono rimasto trincerato in una tana fatta di libri, film e musica. So che la cosa potrebbe sembrare strana a molti e, probabilmente, folle ai più; ma le cose sono andate esattamente come racconterò in queste righe.

Ad un certo punto, avevo sì e no vent’anni, persi completamente interesse per certi luoghi pubblici, per le serate nei locali, per i concerti, per i festival e persino per le attività politiche del mondo studentesco. Persi, in sostanza, interesse per tutte le cose che appartenevano alla gran parte dei miei coetanei. Il mio carattere da orso prevalse definitivamente, interrompendo una fase, durata diversi anni, in cui avevo amato mescolarmi alla gente.

Le sere, più spesso “i sabato sera” (come questo), divennero momenti di beata solitudine. Abitavo in una zona periferica, e solo raramente dalla finestra entravano i suoni della vita che non stavo vivendo. Iniziai ad alzarmi sempre più presto, preferibilmente tra le sei e le sette. Le ore di lettura crebbero vertiginosamente. Quelle di studio molto meno, aumentai il ritmo soltanto in una seconda fase: quando mi resi conto che senza quelle due o tre carte stracciate la società che non amavo mi avrebbe chiuso, definitivamente, il cancello in faccia.

Il cinema, e parlo di cinema non di spazzatura, divenne la principale alternativa: l’arricchimento passivo con cui inframezzare le letture. Le piccole sale del centro di Siena rimasero i pochi luoghi pubblici serali che amavo frequentare: per quanto talvolta fossero infestate da imbecilli abituati a parlare durante i film.

In quel periodo mi abbandonò, con un terribile puzzo di bruciato, anche l’unica televisione che io abbia mai posseduto (una piccola scatola nera degli anni ottanta ereditata da un precedente inquilino). La musica in cuffia restò fedele compagna dei momenti di pausa. Leggevo, studiavo, guardavo film, ascoltavo dischi e immaginavo viaggi (un paio li ho anche fatti: per quello che consentivano le mie risicate risorse economiche).

Non fraintendetemi, avevo amici e amiche, anche molti più di una persona che un fanatico della classificazione definirebbe normale. Ma li vedevo prevalentemente di giorno: a casa, in un bar, in piazza o per strada. Talvolta a cena a casa mia, in cucina me la sono sempre cavata decentemente. Regalavo libri, consigliavo film, passavo dischi (e continuo a farlo tuttora, ma solo con chi lo merita).

Da buon cane sciolto ho avuto sempre una certa idiosincrasia per uscite collettive e per le dinamiche “di gruppo”. Ho sempre cercato di creare rapporti esclusivi con le persone, di lasciare una traccia, un ricordo possibilmente positivo. Mi piaceva ascoltare le persone – anche per ore – senza che le interferenze di terzi potessero creare rumore e barriere. Iniziai così a nutrire la mia testa anche con i racconti delle persone. Non c’era alcun intento voyeuristico o (peggio!) ciarliero in tutto ciò. Mi immedesimavo, partecipavo alla vita degli altri, cementavo amicizie, e – se richiesto – esprimevo la mia opinione; altrimenti mi limitavo a tenere la bocca chiusa. Devo essere sincero, questo modo di vivere i rapporti personali era impegnativo. Il mio continuo dare, ascoltare, prestare attenzione, senza mai pretendere nulla, lasciava a volte strascichi negativi e delusioni. Ma ancora oggi sono convinto che sia il modo migliore per vivere le persone: quando capitano quelle giuste la felicità è garantita.

Negli anni iniziai a provare una forte insofferenza per i luoghi in cui il volume della musica o il brusio della folla impedivano le conversazioni superiori ad uno scambio scimmiesco di gesti. Come ho già scritto altrove, non amavo ballare e di fatto (eccetto una sera balorda in cui sentii l’esigenza di avvicinarmi alle usanze bacate dei miei simili) non lo feci mai. Bevevo, mi è sempre piaciuto bere, chiacchierando in compagnia ma anche da solo. Talvolta svuotavo lattine di birra in solitaria, la sera tardi, sul terrazzo di casa, “contemplando” il paesaggio di luci arancioni del grande deposito di autobus su cui abitavo. Ma non era un vizio: ho sempre avuto un equilibrio, sapevo dove e quando fermarmi.

Ho passato la parte migliore della mia giovinezza in questo modo, chiuso con le mie carte a guardare una vita che raramente sembrava appartenermi e, per come sono andate le cose, non ho rimpianti. Ho scelto la mia strada, è questo l’unico modo in cui volevo stare al mondo.

La febbre del sabato sera dovrà attendere un’altra vita.

 

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26 pensieri su “La vita minima

  1. Mi sembra un’ottima vita, sotto tanti aspetti. Per la prossima vedremo. Ma mi pare che in fatto di bellezza (ciò che rende la vita più bella, intendo) tu abbia semplicemente trovato e seguito la strada che ti apparteneva profondamente e non abbia davvero niente da rimpiangere. In buona parte mi ci rispecchio, per esempio lettura, cinema e musica fanno parte della mia idea di sabato sera ideale che quando posso metto in pratica (e in balere, locali affollati e simili ci ho messo piede pochissime volte, dopo i vent’anni direi praticamente mai). Insomma, se tutte le febbri fossero così… 😀
    E’ sempre un piacere leggerti!
    Un saluto
    Alexandra

    1. Grazie per essere passata cara, sei sempre gentile. Sì, in effetti ho seguito una strada, ma non so esattamente se è quella giusta… Vedremo.
      Un saluto! 🙂

  2. Assecondare i propri desideri, dare ascolto alle proprie priorità, sentirsi bene con quello che davvero ci appaga non è mai un errore, è un’urgenza e una necessità, è fregarsene del mondo che corre veloce, è spezzare le catene, infrangere gli stereotipi, è la più bella delle febbri che si possa conoscere.

    1. Grazie per essere passata! 🙂
      A volte il prezzo da pagare per seguire le proprie urgenze è molto alto… Ma credo, come dici anche tu, che valga sempre la pena.
      Un saluto!

  3. ti avevo immaginato un po’ così, guardando le tue foto.
    Nessuno penso, debba sentirsi in colpa, per come decide di svolgere la propria vita, a meno che non
    sia indotta da situazioni esterne e manipolatorie.Dunque, vivi come ti pare ma sopratutto cerca la leggerezza.(che detto da me..bah!)
    🙂

  4. Si fanno scelte ed é chiaro che non tutti facciamo le medesime. E’ importante stare bene e non uniformarsi per forza a quella che può essere definita la normalità della maggioranza. E poi le scelte hanno un senso e che problema ci può essere se a te va di costruire relazioni esclusive, fatte di empatia e condivisione? E’ un modo faticoso, che arricchisce. E se poi delude é solo perché le persone non sono tutte uguali e qualcuno non capisce o agisce con leggerezza..

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