Un saluto mancato

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Sono qui nel loculo più alto, sulla parete nord del cimitero. Da una fessura entra la neve e ci rimane per mesi.

Franco Arminio, Cartoline dai morti, Roma, Nottetempo, p. 133.

Le ultime ore di mia nonna le ho trascorse lontano da lei, lontano da casa, come gli ultimi tredici anni del resto. Nei momenti importanti sono stato spesso assente. Non pervenuto.

Nei giorni precedenti la sua morte, pur essendo al corrente delle sue cattive condizioni di salute, invece di tornare a casa sono andato ad un convegno. In certe situazioni la presenza deve essere assicurata, specialmente quando sei relatore, abbastanza giovane e molto in basso nelle gerarchie accademiche (a dire il vero, più che in basso sono proprio fuori). Sarebbe stato inopportuno assentarsi e io non l’ho fatto; ho fatto il buon soldato. Pur avendo una motivazione solida, ho ceduto allo zelo, al puntiglio e – forse – all’egoismo.

Un egoismo peculiare della mia generazione, che si sente sempre autorizzata a passare su tutto e su tutti in nome della realizzazione personale e del riconoscimento sociale. Non è solo una faccenda di soldi, è una questione di simboli, di mode e di privilegi continuamente indotti e sbandierati. Siamo una generazione schiava delle proprie ambizioni, in gran parte profondamente borghesi: il posto a scuola, nella banca, nella grande azienda, nell’ufficio pubblico, nell’università. Non cerchiamo un posto al mondo, non un luogo dove stare, non delle persone da vivere ma uno status e dei simboli, ovunque sia, anche nel deserto o tra i ghiacci polari, e a qualsiasi costo. Nota a margine: il diavolo ci salvi dai nati dopo la metà degli anni Novanta, sono anche peggio di noi, «afasici e cattivi come vipere», per scomodare Pasolini. Non mi lancerò in una disamina sulla vacuità della mia generazione, non ho gli strumenti per farlo e non mi interessa. Volevo soltanto buttar fuori un po’ dello scoramento che mi porto dietro per questo saluto mancato.

L’ultimo martedì di ottobre nonna si è sistemata nel loculo più in alto della fila, in fondo al cimitero verso la parete ovest. Tutto è avvenuto senza troppi strepiti, senza clamore, con discrezione e dolcezza, com’era tipico dei suoi modi gentili. Il giorno del funerale ho realizzato, con rammarico, di non averla mai fotografata; eppure, senza fare classifiche d’affetto, era la nonna cui ero più legato per molti motivi.

Adesso è tardi.

Al mio ritorno, col gelo di dicembre, potrò fotografare soltanto la sua l’assenza, la vita senza. Una casa senza nonna, una cucina senza cuoca, una sedia vuota accanto ad una stufa spenta, gli occhiali chiusi poggiati su una rivista di enigmistica, le piante grasse sui lunghi balconi, il carrellino che usava per fare la spesa, le tante pantofole, il mestolo di alluminio (che da bambino usavo spesso per bere dalla fontana) appeso sotto lo scolapiatti, la porta chiusa – senza la chiave nella serratura – come quando usciva.

[Di nonna Sisina (all’anagrafe Teresina) avevo parlato anche qui. Quello dell’ultima settimana di ottobre è stato un ritorno amaro, come questo post. La foto non c’entra nulla, l’ho fatta nella stalla (tra una palata di letame e l’altra) che è il luogo che frequento più spesso quando torno a casa. L’incipit iniziale l’avevo già usato; l’ho solo trasferito da un altro post a questo.]

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21 pensieri su “Un saluto mancato

  1. Tua nonna l’ho vista anche io, in una foto che avevi pubblicato tempo fa su Ig e ricordo di averti fatto i complimenti, per la foto e per la nonna.
    So come ti senti. Lo so benissimo.
    Ho perso mia nonna qualche mese fa (ne avevo scritto pure qui) e anche io ero distante.
    Le ero vicino, ma non c’ero.
    Ti abbraccio forte e, anche se per una circostanza così, è stato bello rileggerti.

    1. Quella che hai visto su Ig e che c’è anche qui nel blog da qualche parte è l’altra nonna, che è viva e vegeta.
      Questa non l’avevo mai fotografata, purtroppo…
      Grazie per essere passata! Un abbraccio.

  2. Non so se sia per il fatto che, anni addietro, fosse un nome molto diffuso, ma anche mia nonna si chiamava Teresina ed era lei la nonna a cui, forse per molto tempo inconsapevolmente, ero molto legata.
    I nonni lasciano un vuoto profondo e incolmabile, forse perché rappresentano la parte più salda di noi, quella che, come dici bene tu, manca a questa nostra generazione, che si fregia di simboli da mostrare, pur di risultare brillante e accecante e prepotentemente visibile. Un mostrarsi spesso vuoto e superficiale, che nulla ha a che vedere rispetto a certe presenze fatte di sostanza e non di apparenza, di pieni e non di vuoti.
    Sono loro, i nostri nonni, generazione dai valori alti, che ci ricordano cosa vuol dire essere Uomini o Donne, senza dover necessariamente essere “qualcuno”, senza dover necessariamente dimostrare troppo: sono loro che ci ricordano cosa vuol dire “essere per esserci.”
    Ecco perché la sua assenza non sarà mai un “non esserci”, ma una presenza costante e sempre più concreta, che si presenterà tante e tante volte a ricordarti quel che era e quel che sei tu, anche grazie a lei.
    Un abbraccio grandissimo!

    1. Grazie per essere passata, hai scritto delle cose molto belle.
      Probabilmente sono stato eccessivamente duro nei confronti della mia generazione e mi guardo bene dall’idealizzare quelle passate (ognuno ha i suoi difetti e problemi).
      Un abbraccio forte!

  3. ti abbraccio muta, perché le parole non rendono tutto quello che mi passa per la testa, dopo averti letto.
    Intanto, il tuo rammarico, lo comprendo, ma tu stavi anche cercando, in quella che tu definisci assenza, solo un posto nel mondo che, sicuramente, anche i sacrifici di tua nonna, hanno contribuito che tu fossi a quel convegno e, non bieco egoismo…
    a presto Michele!

  4. Non penso che la generazione tua sia più cattiva della mia, poco precedente, credo, è che siamo schiavi del sistema, una landa desolata post-industriale, che ci fa perdere di vista l’umano (e da questo nessuno è escluso, nessuno, in fondo, è incolpevole).

    1. Grazie per essere passato Alligatore. Non posso che darti ragione…
      Tra i buoni propositi per il 2017 ho inserito il fondamentale “smetterò di lamentarmi e cercherò delle soluzioni”, spero funzioni almeno un po’. Un abbraccio!

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