Quel che resta di un’estate

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Un’altra estate regalata alla terra. O forse buttata, insieme a tutte le altre.

Come mi capita spesso, non ho la lucidità di rimettere insieme i pensieri e gli spunti che mi saltano in mente nelle giornate di lavoro in campagna o alla stalla. Il più delle volte torno a casa e dopo la doccia e qualche birra crollo sul divano senza prendere nota, senza scrivere nemmeno una riga su quello che mi è passato per la testa durante il giorno, spesso non ne vale nemmeno la pena.

Gli allori del dottorato sono serviti, come previsto, a stento per condire un piatto di lenticchie, nulla più, ma non è di questo che voglio parlare. Non ho più voglia di lamentarmi.

La ripartenza di settembre si è impastata come sempre di malinconia e di pensieri. Guidando per tornare a nord ho ripercorso con la vista e con la mente tutte le miserie della mia piccola e disgraziata regione. Mai come questa volta sono andato via convinto del fatto che non ci salveremo: non con queste politiche, non con questa gente, non con queste prospettive.

Le campagne sono un deserto terribile, il trionfo dell’incolto, dei rovi e dei fossi interrati. Gli agricoltori e gli allevatori nella mia zona si contano ormai in poche decine e hanno tutti tra i cinquanta e i settanta anni. Ogni anno molti chiudono e nessuno riapre. Il famoso ritorno alla terra – qui come altrove – non esiste.

Nota di colore. In aggiunta ai problemi che già c’erano, da due anni sono arrivati i cinghiali (animali in precedenza presenti ma poco numerosi) che qualche sciocca associazione di cacciatori ha liberato. Senza predatori e con molte risorse a disposizione, i porci selvatici (di una specie molto prolifica) sono aumentati a tal punto che la regione è stata costretta a dichiarare lo stato di calamità naturale per i danni causati alle colture. L’undicesima piaga d’Egitto in salsa molisana.

In paese la condizione è ancora peggiore. Dopo la chiusura dell’unica grande azienda il lavoro più gettonato è quello del cassintegrato. Alcuni, non contenti, arrotondano la cassa lavorando a nero. In tal modo riescono a fregare contemporaneamente lo Stato, il contribuente e i loro stessi figli (che restano disoccupati).

L’odio popolare, fomentato dalle chiacchiere dei social media (i paesani hanno tutti facebook, malgrado siano capaci di esprimersi soltanto con gesti e grugniti), si concentra sugli ultimi arrivati: i richiedenti asilo.

Catapultati in una irreale dimensione di provincia, centinaia di ragazzi e ragazze di ogni colore stazionano senza far nulla davanti ai tre alberghi (di solito semivuoti ed ora sempre al completo) del paese. Sono diventati, a loro insaputa, il business più fruttuoso della stantia economia della regione. Le attività che in altri luoghi si organizzano (corsi d’italiano, avviamento al lavoro o il semplice volontariato) qui non esistono: ozio e noia per tutti, l’importante è che i furbi di turno facciano cassa.

I paesani guardano, disprezzano e passano (non tutti, per carità, anche lì c’è qualcuno col cervello!). I commenti sono sempre gli stessi, sembrano presi dal Manuale del cerebroleso medio edito dalla Lega. C’è la storiella del «gli diamo 35 euro al giorno», quella del «mandiamoli a togliere le pietre dai campi». Poi ci sono le storie fatte per spargere terrore: «perché camminano in gruppi?», «io non faccio più uscire i bambini», e cose così. A diffondere queste banalità sono spesso impiegati pubblici (il grosso dei “lavoratori” della regione) e casalinghe, che udarnik proprio non sono e per dedizione alla fatica non hanno mai brillato. I commenti peggiori vengono però dal fondo della botte, dalla feccia, da quelli che tra cassa integrazione, disoccupazione, sussidi ed elemosine varie non hanno mai lavorato. Passando gran parte del tempo tra slot machines e bar hanno tutto il tempo per osservare ed odiare.

L’estate della regione offre uno spettacolo desolante di feste e sagre di paese tutte uguali (di cui solo alcune conservano un certo interesse) fatte per attirare turisti di terza classe. La parte più truce delle periferie romane e napoletane accorre famelica dopo un’ora e mezza di auto. Per pochi euro s’ingozzano come oche nei ristoranti di campagna travestiti da agriturismi. Niente cibo genuino ovviamente, quello vale qualcosa e si paga, per questi basta l’immondizia della grande distribuzione travestita da prodotto locale.

La parte positiva dello sviluppo turistico – cura del territorio, piani regolatori rigidi, pulizia dei centri urbani, promozione culturale – resta nell’ombra, quando non proprio dimenticata. Basti pensare (e qui viene da piangere!) che per entrare in una delle più belle zone archeologiche della regione non si paga nemmeno un euro di biglietto. Non abbiamo scampo.

Concludo con due note positive. La prima è che esiste, nella stessa regione, uno zoccolo duro di persone che sono rimaste e provano a percorrere strade diverse. Sono gli ultimi indiani, isolati e spesso senza poteri, ma la loro presenza lascia un barlume di speranza per il futuro. La seconda è personale: nonostante la consueta scarsità di risorse, la scorsa settimana mi sono concesso un breve viaggio in auto in Slovenia. Sono partito insieme a Silvia con la vecchia Clio, un atlante stradale regalato da amici e pochi bagagli. A volte per ritrovare il sorriso bastano anche solo quattro giorni, così è stato.

[La foto del post l’ho fatta a Lancovo, nel comune di Radovljica (in Slovenia appunto) nella bellissima casa di una pittrice sessantenne che ci ha affittato una stanza.]

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18 pensieri su “Quel che resta di un’estate

      1. Mi spiace non essere stato in grado di scrivere qualcosa di più brillante, di più sagace o banalmente di più consolante.. E’ che semplicemente vedo anche io una parte di quello che hai descritto ma, al momento, l’unica cosa che mi riesce di fare è solo di sentire desolazione e una buona dose di rassegnazione che invece vorrei solo rigettare con forza..
        In bocca al lupo, ciao!

  1. Magari ti è già capitato di sentirlo, ma “qualcuno” dice che il Molise non esiste, è un’invenzione. “Dov’è il Molise esattamente? ” “Ma come, ci credo ancora al Molise? non esiste”. Da quello che scrivi è molto peggio, ma credo che questo posto immaginario abbia partorito anche belle persone che come te covano amarezza e voglia di cambiamento, un bell’inizio per risorgere.
    Ps. Bella la foto

    1. Grazie per essere passata cara…
      Ti dirò di più, il Molise è un’Italia in miniatura… Infatti a me non fa rabbia solo la mia regione, fa rabbia questo Paese nel complesso.
      Ciao! 🙂

  2. Caro Michele, lo sai che io e te si va d’accordo su una valanga di cose (dalle donne al vino, dalla filosofia alla fotografia), ma abbiamo poi una cruciale differenza che ci vede proiettati chi in odore di ottimismo psichedelico, chi in sentore di nichilismo virato in seppia ( e i riferimenti cromatici sono il risultato di un nuovo “frappuccino” del cazzo che mi hanno fatto provare stamani giù al Café Nero sotto la mia miniera).

    Capisco e comprendo il desiderio romantico di vedere una terra rispettata nella sua storia e nel suo sentimento, ma dobbiamo anche accettare un’economia differente che espelle sistemi che non si sono aggiornati ai parametri di produttività: cosa brutta, lo so, ma dannatamente reale.

    Dovremmo cercare, assieme tu, io e questo dinamico e romantico popolo bloggante che mi riesce sempre più simpatico, di elaborare proposte e progetti che possano in qualche modo far riscoprire e rinascere un Molise nuovo: tu ci metti la tua conoscenza critica, io qualche mezzo, e vediamo se riusciamo a trovare un futuro per la tua terra?

    Si, lo so, sono un inguaribile ottimista ….

    Un abbraccio

    1. Caro Mau,
      sul mio pessimismo di fondo hai ragione, ma forse è soltanto un riflesso di questa parte di vita che sto attraversando.
      Per il resto sono d’accordo con te su una razionalizzazione economica fatta a modo, e non sono stato tenero nei confronti di ciò che in quel posto non funziona.
      Per quanto mi riguarda ti farei volentieri commissario straordinario lasciandoti al timone della barca per quindici anni. Ma ho l’impressione che alla fine potrebbero vincere loro. 🙂
      L’ottimismo fa sempre bene, dovrei rubartene un po’!
      Un abbraccio!

      1. Sono un’inguaribile ottimista anche io, lo sai, ma da certe situazioni non c’è scampo e l’unica cosa che si può fare è allontanarsi pure se a fatica. Neanche a Terni siamo stati in grado di costruire un’alternativa all’acciaieria, e, di più, abbiamo anche rifiutato possibilità che ci erano state offerte, dalla costruzione di un parco giochi tipo Gardaland all’apertura di un Decathlon, adducendo motivazioni ambientali. Scuse ridicole, considerando gli inceneritori, le industrie chimiche e l’acciaieria stessa che è praticamente al centro della città. So che ti dispiace lasciarti tutto alle spalle, ma segui la tua strada. Un abbraccio.

      2. In effetti la tua partenza e la mia, pur essendo molto diverse, hanno alcune cose in comune. Mi è venuto in mente dopo aver letto il tuo bellissimo post… Spero di poter guardare tutto con un ottimismo almeno simile a quello che hai tu. Grazie mille per essere passata! Un abbraccio

  3. Purtroppo anche a me sembra sempre più spesso che il ritratto del Paese somigli a questo. Persone splendide che sono risorse preziose ma lasciate troppo da sole. e con una cultura di deresponsabilizzante per cui bisogna sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa se la tua vita non ha preso la piega che avresti voluto (sempre che si abbia ancora la forza e la voglia di avere dei desideri, in ogni caso qualcuno da odiare va sempre bene). Tutto sommato scrivo anche, forse, perché sembra di essere meno rassegnati, così.
    Un saluto
    Alexandra

  4. Mi piace l’onestà intellettuale di questa tua fotografia di uno sfacelo. Speriamo che cominci a cambiare qualcosa uno di questi giorni anche se, purtroppo, non mi pare che si stiano costruendo in questa Italia le premesse per un cambiamento.

    1. Innanzitutto benvenuta! Ti ringrazio molto per la visita per il commento. Purtroppo credo che post come questi non dovrei più scriverne, fanno male. E un cambiamento non sembra affatto vicino.
      A presto

  5. A me viaggiando per l’Italia – quest’estate la Sicilia – negli anni, vedendo tutti questi vecchi casolari dissestati e tutti questi terreni vuoti, desolati, m’è entrata in testa l’idea di tornarci davvero alla terra. Non so se hai mai letto Walden di Thoreau, ma più mi scorno con i mulini a vento e più sono convinto che un pezzo di terra e i frutti della terra e la pace della natura siano la soluzione. Tanto il problema delle persone è che vogliono tutti essere salvati, ma nessuno fa qualcosa di attivo per salvarsi. li vedi lì, in attesa, a sparare stronzate e a dare la colpa solo a chi sta peggio. E io ho iniziato a pensare davvero che uscire dal mondo sia l unico modo per viverci bene, nel mondo.

    P.s.

    È bello rileggerti, sono ritornato anche io da poco.

    1. Innanzitutto grazie per essere passato! Mi fa piacere che tu sia tornato, verrò presto a leggerti.
      Non ho ancora letto Walden. Lo farò a breve visto che è lì che aspetta su una pila di libri da parecchio tempo. Personalmente non cerco né aspetto di essere salvato, ma su una cosa hai ragione: ce ne sono molti che aspettano. Sono anche convinto che sia meglio lavorare la terra in Italia anziché fare il cameriere in un pub di Londra, ma questo non è un pensiero estendibile alla nostra generazione. Da figlio di lavoratori autonomi non amo il lavoro dipendente.

      Perché non torno alla terra? Perché in parte ho già dato e voglio anche io la mia fetta di torta nel mondo comodo. Ma forse mi sto solo illudendo.

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