Millenovecentodiciassette

Quando giunse la guerra, il vecchio era morto da quattro anni.

In casa non avevano dimenticato lo spavento e nemmeno la comparsa delle brutte bestie*. Ma negli anni la pena era lentamente scemata, come quei dolori a cui, nel tempo, si fa l’abitudine. La vita andava avanti, nonostante tutto.

Il maggio radioso colse il paesino in un periodo tranquillo. Quasi tutti avevano un po’ di terra per sfamarsi, seppur con molta fatica. Vista dai monti, la piana appariva come una grande creatura: le persone e le bestie parevano muoversi secondo un disegno.

L’illusorio equilibrio cessò presto. Nella tarda primavera schiere di braccia furono rubate al primo taglio del fieno, talvolta per sempre.

Primo di sei figli, Angelo partì nel 1916 con un reggimento di fanteria. Aveva ventidue anni. Lasciò i campi e andò incontro al destino insieme a molti altri giovani. Sin da piccolo aveva imparato che i governi, lo Stato e la politica non portano mai nulla di buono: questa partenza ne era la conferma. Il padre lo guardò partire con rassegnazione, come se la furia del vicino torrente lo avesse portato via nei giorni di piena.

Michele aveva l’età “giusta” ma fu riformato. Non aveva nessun difetto fisico evidente ma sin da bambino aveva avuto alcuni attacchi e, di tanto in tanto, i demoni tornavano a scuoterlo. Restò a lavorare in campagna con i fratelli più piccoli e con l’unica sorella.

Passò l’estate del Sedici, arrivò l’autunno, poi l’inverno, la primavera e ancora l’estate. Angelo scrisse a casa una sola volta. Una cartolina militare con poche incerte parole: stava bene.

Sul paese era scesa una cappa mortifera. La vita non si era fermata ma la guerra lontana chiedeva sempre nuove braccia. Nessuno sapeva quando sarebbe finita e il lutto aveva già colpito molte famiglie. Le altre tribolavano nel silenzio.

La sventura arrivò tutta insieme, con le piogge di fine agosto.

Michele fu preso dai demoni mentre era intento a sfrondare un grosso albero. Non ebbe scampo. La madre lo trovò a terra vicino al tronco.

Anche Angelo non tornò più ai suoi campi. Una breve nota ne annunciò la morte qualche tempo dopo. Era come svanito nel nulla, la famiglia non ebbe mai nemmeno uno straccio su cui piangere.

Le braccia più forti se n’erano andate. Nella primavera del millenovecentodiciotto partì per il fronte anche Antonio, il più grande dei maschi rimasti, aveva appena compiuto diciotto anni.

La fortuna, almeno stavolta, si fece viva.

[*Per le brutte bestie si veda il post precedente. Quelli di cui ho parlato erano due fratelli del mio bisnonno (Antonio). La foto l’ho fatta ieri a casa insieme a qualche altra. Il ritaglio viene invece dai libri con i nomi caduti della prima guerra mondiale. Scrivendo il post mi è saltata giustamente in mente questa canzone, che ho ascoltato e riascoltato per anni, O Gorizia tu sei maledetta (la versione dei Les Anarchistes).]

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35 pensieri su “Millenovecentodiciassette

      1. e il “racconto” intendeva il modo nel quale lo narri, mi pareva di rileggere alcuni passi di Guareschi nella sua descrizione dei fatti della Bassa accanto al Grande Fiume …. ma stanitte ero in volo e un filo stordito per articolare un pensiero compiuto

  1. Raccontare la memoria non è un limite, ma un modo, che sfiora il sentimento della sensibilità, per porsi domande e cercare risposte su quel che accade oggi. Bello il racconto, molto tenera la foto… Interessante sarebbe leggere ancora di questa famiglia 😀

    1. Grazie mille per essere passata Emanuela! Prossimamente scriverò altro, il filone familiare potrebbe giustamente annoiare. Magari in futuro metterò insieme nuove storie. Grazie ancora…

  2. Un modo nuovo per conservare la “memoria” della prima grande guerra, che oltre quella dei libri è anche delle persone e, tu lo fai sempre molto bene, ricordando e ricordandoci quando eravamo ancora paese rurale e sicuramente più “vero” per sentimenti e per etica. Noto che la pubblicazione proprio in questa data
    forse non è casuale, essendo tu uno storico, ma forse mi sbaglio, è solo una mia suggestione…la foto a corredo è ancora storia, grazie Al,con discrezione e gusto ci poni sempre ad attente riflessioni.
    un abbraccio

    1. La data non è affatto casuale. Ma avrei dovuto aspettare un’ora in più per pubblicare ieri sera.
      Preferisco raccontare quella guerra solo con la voce dei contadini mandati al macello… La canzone che ho citato dice più di tante altre cose.
      Grazie per essere passata e grazie per il tuo bel commento!
      Un abbraccio.

    1. Carissima, grazie per essere passata. Mi fa piacere che tu abbia gradito il racconto…
      Fortunatamente, almeno negli ultimi vent’anni, la microstoria è tornata abbastanza in voga tra gli addetti ai lavori. Ma è spesso sconosciuta ai più.
      Grazie ancora per il commento.
      Ciao!

      1. Anni fa ho conosciuto l’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano e credo che per capire la Storia si possa (e si debba) passare attraverso la vita delle persone

  3. il ricordo non è mai stancante se possiede la capacità di rendere vivo il tempo. Questa pagina assolve benissimo questo assunto. Molto bella. Ciao

  4. Complimenti, ma complimenti davvero per come scrivi.
    Parlo ovviamente per me ma questo “filone” non stanca. E il modo in cui viene svolto è evocativo ma non retorico o enfatico quindi mi piace molto. Poi vabbe’ io avevo 2 ragazzi del 99 come Antonio in famiglia quindi vedi un po’ tu 🙂 l’argomento mi interessa per forza.
    ps Antonio tornò ?

    1. Caro Stefan, ti ringrazio. Troppo gentile!
      Antonio era classe ‘900. L’ultima classe richiamata… Gli è andata bene: tornò. Io sono suo (bis)nipote.
      A casa abbiamo anche una medaglietta da quattro soldi con il nastrino tricolore, di quelle che mandarono a tutti i reduci.

  5. Wow che foto! E che post. Mi piace come racconti: senza fronzoli, senza inutili dettagli, senza giudizi.
    Hai chiesto i fogli matricolari? Io ne ho un paio, ma proprio quello del bisnonno che più degli altri ha sofferto e odiato quella guerra è andato perso. Ho solo il ruolo, ma dice poco.
    Ho raccontato qualcosa il 4 novembre in prima e in terza, e in prima i ragazzi si sono lasciati prendere, raccontando le “loro” storie. Sono quelle della seconda guerra, ma è stato comunque bello. Uno di loro mi ha chiesto come fare a richiedere il foglio matricolare all’archivio: non me l’aspettavo…

    1. Grazie! 🙂
      Non ho chiesto i fogli matricolari. Appena riesco a passare all’archivio storico di Campobasso provo a chiedere.
      Mi fa piacere che i ragazzini reagiscano. A me le nuove generazioni non danno molta fiducia in questo senso, devo provare a ricredermi.
      Ciao!

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