Stirpe dannata

Tirò le cuoia in una notte di gennaio del millenovecentoundici. Non ci fu nemmeno il tempo di piangerlo, del resto nessuno aveva molta voglia di farlo.

Non appena il cuore si fermò, tre ombre scure apparvero facendo un gran baccano. Entrando nella stanza sollevarono nell’aria la cenere del focolare facendo tossire in maniera convulsa tutti i presenti. Afferrarono il cadavere ancora caldo e lo trascinarono su per la canna fumaria. La moglie, affacciatasi alla finestra, non vide nulla, riuscì soltanto a udire urla e bestemmie provenienti dal tetto della casa.

Le brutte bestie scomparvero nel cielo nella notte gelida portando via il corpo del povero diavolo.

Non era un sant’uomo, il vecchio. Aveva trascorso l’intera vita tra taverne e puttane. Alla famiglia aveva pensato ben poco. Si era guadagnato da vivere facendo il guardaboschi. In virtù della sua carica – ben poco retribuita – era riuscito sempre ad estorcere cibo a sufficienza ai contadini; in cambio aveva sempre chiuso entrambi gli occhi sui continui furti di legname compiuti nei terreni demaniali. Nel tempo aveva anche sviluppato una certa dimestichezza ad usare erbe e radici per scopi medici, ma utilizzava queste abilità soltanto per darsi arie da stregone, specialmente quando faceva il satiro con la moglie di qualche compagno di bevute. Suo figlio, al contrario, avrebbe affinato l’arte delle erbe officinali fino a diventare noto anche nei paesi intorno.

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Pur essendo consapevoli delle sue abitudini libertine, moglie e figli non avrebbero mai immaginato frequentazioni soprannaturali o addirittura demoniache. Ma se le brutte bestie erano passate a prenderlo, qualcosa doveva aver fatto. Infondo non era uno stinco di santo. St’mava e biast’mava* nelle cantine di tutto il paese, almeno così diceva la gente. Non aveva un buon rapporto col Padreterno e non se ne crucciava più di tanto.

Passata la paura, la famiglia si ritrovò seduta davanti al fuoco a discutere. Moglie, figli, nuore e nipoti ragionarono attentamente sul da farsi. Non potevano raccontare in giro quella storia, le dicerie e le chiacchiere sarebbero diventate insopportabili. Bisognava simulare una sepoltura e chiudere la questione.

Ebbero un bel daffare per mettere insieme un fantoccio di paglia con i vestiti del vecchio furfante. Con la complicità ben pagata del prete e del medico piansero per ore una specie di spaventapasseri. Anche se celato da un lenzuolo, il fantoccio lasciava comunque trasparire fattezze umane, i pochi convenuti non ebbero alcun sospetto. Dopo aver pagato anche il silenzio del custode del cimitero, la vicenda si concluse.

In breve tempo tutti seppero, anche se – ufficialmente – nessuno sapeva. Alcune conferme erano venute col passare degli anni, non tutti i parenti tenevano la bocca chiusa. E come se non bastasse, il nuovo custode del cimitero, aprendo la tomba dopo molti anni per fare spazio ad un altro morto, trovò soltanto paglia e brandelli di vestito. La cosa divenne subito di dominio pubblico, rinfocolando il chiacchiericcio. Malgrado raccomandazioni e cautele quella storia aleggiò sulla vita e sulla casa di quella famiglia per oltre cent’anni.

[*S’tmava e biast’mava è un modo per dire che bestemmiava forte. Le Brutte bestie, dovrebbero essere i diavoli, o comunque delle presenze demoniache. Ho utilizzato questa espressione perché è quella che usano i vecchi per raccontare. Il protagonista è quello che vedete in foto, è il padre del mio trisavolo. È morto nel 1911 e la storia che mi hanno raccontato è pressappoco questa. La foto finale l’ho fatta vicino casa mia in una borgata di montagna abbandonata da quarant’anni. La nuova foto della testata è la mia attuale postazione di lavoro.]

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44 pensieri su “Stirpe dannata

    1. 🙂 Ehehehe! La foto è malandata ma ora l’ho anche digitalizzata.
      Quello che hai chiamato “lo studio” è un angolo, una porzione di camera da letto in cui lavora un povero cretino.
      Ciao!

      1. Nooo!! Un povero cretino… va bene l’umiltà ma così mi sembra troppo!
        Io al massimo ho le foto di alcuni trisavoli. La più antica credo sia quella del trisavolo Angelo con il figlio Alfredo strappata spudoratamente da un libro (non so chi sia stato l’artefice del misfatto) e risale ai primissimi anni del Novecento. L’ho messa in un vecchissimo post intitolato “Radici”. Buona serata, genio 😉

  1. Mmm…In realtà più che al Settimo Sigillo a me ha fatto pensare a Cristo si è fermato a Eboli… Non tanto per la storia ma per l’ambientazione 🙂

    Bel racconto. Uno dei migliori.

  2. del tuo trisavolo non hai “ereditato” alcuna conoscenza “delle erbe”?
    E’ bello questo tuo racconto, di storie da raccontare nelle sere d’inverno davanti al camino…
    Le memorie contadine hanno sempre questa doppia veste di “magico e di terribilmente terreno.
    Le foto splendide, come sempre 🙂

    1. Purtroppo non ho ereditato capacità o buone pratiche da erborista…
      Al massimo uso le erbe per cucinare!
      Queste storie sono dannatamente terrene, hai ragione.
      Grazie per la visita!

  3. Bella storia, anche io ne ho un paio sulla bisnonna…eh no, non è quello che pensi 🙂
    Bisticciando con le parole si può dire d’annata oltre che dannata visto che si parla di più di un secolo fa.

  4. BeLlissima storia, davvero. I miei trisavoli erano molto più quieti. La foto poi è eloquente. Baffo pericoloso. Complimenti per l’ordine della tua postazione 😉 dal caos nascono le cose migliori

    1. Ciao Stefan, ti ringrazio per essere passato, mi hai fatto sorridere…
      In effetti dovrei avere qualcosa in cantiere ma tra la tesi di dottorato e il resto non ho ancora avuto tempo per scrivere.
      Prossimamente!

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