Ritorno alla terra?

Le parole che seguono daranno fastidio a molti.

Sento parlare spesso di giovani coetanei che tornano alla terra senza esserci mai stati. Vivo questo millantato ritorno con gelosia e invidia, devo ammetterlo. Anche perché di ritorno non si tratta. I rachitici e pallidi ragnetti scappati dalle noie urbane che s’improvvisano agricoltori suscitano un misto di compassione e rabbia, nemmeno i loro nonni facevano questo mestiere e si vede. Le mani, le spalle, le braccia dicono chi sei e da dove vieni più di ogni altra cosa.

Ciò che più infastidisce è la pretesa di voler insegnare il mestiere a chi lo pratica da decenni, da generazioni. L’agricoltura, che vi piaccia o no, è un settore professionale come gli altri, non s’improvvisa. O si nasce (imparando da bambini) o si studia e si fa pratica da adulti con molta fatica. A volte capitano entrambe le cose. Nel caso delle persone di cui parlo, nessuna delle due.

Le campagna è diventata il luogo di rifugio per una schiatta di disadattati in fuga dalle città. Il wwoof è soltanto una delle forme più simpatiche di questo avventurismo. Come se non bastasse la manodopera dequalificata già presente nel settore, dovremmo anche interessarci alle vacanze di giovani scrocconi borghesi che non hanno mai visto un badile. Inutile dire che non provo alcuna compassione per i poveri ragazzi italiani schiavi nelle aziende agricole australiane (il caso è stato sollevato mesi fa dal «Corriere»). Per finire nelle mani di negrieri senza scrupoli non serve andare tanto lontano, basta andare a fare la stagione in Capitanata.

Queste persone partono spesso da una serie di considerazioni errate e distorte.

Il primo errore è quello di guardare agricoltori ed allevatori di questo Paese come se fossero servi ignoranti di qualche non ben precisata lobby industriale. Non è così in gran parte della Penisola. Con l’eccezione significativa e importante della Pianura padana, questo resta un Paese di piccole e medie aziende di zone montane o collinari che non praticano i tanto (giustamente) criticati modelli “industriali”. Buono, sano e giusto sono concetti che appartengono a molti di quelli che fanno questo lavoro con passione, non sono prerogative esclusive di un gruppo di neofiti. Non saranno loro a salvare l’agricoltura italiana, non ne fanno nemmeno parte.

Il secondo errore, quello più grossolano, sta nel rifiuto totale o parziale del progresso. La meccanizzazione e la chimica sono stati due fattori di sviluppo indiscutibili, hanno emancipato un’intera generazione dalla miseria, dalla fame e dall’emigrazione. Parallelamente, ottime facoltà di agraria hanno dato un grande contributo al know-how degli agricoltori e degli allevatori, e tante buone pratiche si sono tramandate e diffuse proprio grazie alla professionalizzazione del settore.

Poi esistono gli abusi (l’allevamento intensivo, gli ogm, la monocoltura, l’utilizzo eccessivo di concimi e diserbanti), nessuno lo nega, ma sono problemi che appartengono a ciascun settore del mondo contemporaneo. Non è rinunciando alla tecnica che produrremo cibo sano e giusto per sette o più miliardi di persone.

I prezzi rappresentano un altro nodo fondamentale. Non è possibile vendere prodotti “biologici” a prezzi due o tre volte superiori rispetto al convenzionale, sarebbe soltanto una truffa. Un prodotto deve essere buono, sano, giusto ma anche economico e disponibile per tutti. Il biologico di oggi non lo è.

Nell’agricoltura contemporanea il problema grosso è che nel prezzo finale di un prodotto di base soltanto una piccola percentuale spetta al produttore: il resto è di altri. Solo la vendita diretta o il chilometro zero sono riusciti in parte (e solo per alcuni casi) ad ovviare a questo problema.

Voglio concludere con una nota positiva.

Tra le novità dell’ultimo decennio, la comparsa di orti ed orticelli più o meno urbani è sicuramente la più bella e interessante. Pochi metri quadrati di orto forniscono un’integrazione notevole al reddito di una famiglia e, cosa non secondaria, garantiscono prodotti più o meno genuini ad un costo irrisorio. Tra le tante forme di ritorno alla terra, questa è sicuramente quella più praticabile, la meno presuntuosa e la più intelligente. Ma si tratta sempre e soltanto di una forma di autosostentamento, non chiamatela agricoltura.

[Post banale ma necessario, ogni singolo argomento richiederebbe pagine per essere sviscerato a dovere. Nella foto, ovviamente, la stalla vista dal trattore.]

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59 pensieri su “Ritorno alla terra?

      1. Grazie mille!
        Non volevo aggredire nessuno in particolare, volevo semplicemente spiegare, porre delle questioni, ragionare anche con altri…
        Ciao!

        PS le altre foto sono qui

      2. Io non mi sono sentita affatto aggredita, ma sicuramente mi sento truffata dai prezzi dei prodotti bio.
        Io non ho nulla a che vedere con la campagna, ma capisco come ci si possa sentire invasi dai neofiti presuntuosi

  1. Vero: hai ragione; purtroppo – come spesso in Italia – si mitizzano luoghi, persone, situazioni. In Piemonte, in Langa, si dice che la terra è bassa e pochi fortunati riuscivano a viverci decorosamente… Ci sarebbe molto da dire, molto da scrivere, allontanandosi dalla retorica e dai luoghi comuni. Molto più facile buttare giù un paio di slogan, qualche intervista superficiale e semplicistica.

  2. Ritorno alla campagna in effetti è una baggianata. Nemmeno chi, come me, ha generazioni di contadini alle spalle, saprebbe cosa andarci a fare in campagna. Questo non vuol dire che non si possa imparare però. Credo che si debba smitizzare l’immagine del contadino felice. È un lavoro duro che non conosce pause e, sinceramente io non tornerei alla campagna se non come abitante di una bella casa colonica con tutti i confort, circondata da terra e frutteti che qualcun altro coltiva.

    1. Magari la campagna può essere anche fattibile, il problema sorge con gli animali, quelli sì che non concedono ferie.
      Per il resto hai ragione, sicuramente si può imparare ma occorono tempo e risorse.
      Grazie per essere passata!

      1. Scusa, non c’entra nulla, ma mi è venuto in mente quando, in visita alle nuove stalle con mungitura meccanizzata dei subentranti fittavoli delle terre che avevano coltivato i miei nonni, decisi – bambina – di azionare la mungitrice… Ecco, non fui trattata bene 🙂

  3. Ciao. Io di campagna so quello che ho studiato a veterinaria, pochino e un pò condensato. A me fa rabbia quando nelle statistiche sul ritorno alla campagna inseriscono le aperture degli agriturismi, parliamone, anche quelli con le Spa… in toscana da.bambina dove andavo io erano tutte colline arate, questa estate terre tutte a riposo e tanti agriturismi… è settore terziario puro, no?

    1. Ciao!
      Per te qui in Toscana il lavoro sarebbe con i cani e i gatti (al massimo con i cavalli) visto che la zootecnia è inesistente.
      Sì, agriturismi e co. sono molto diffusi e non solo in Toscana. Nei casi migliori hanno un paio di asinelli e qualche capra tanto per far fare le foto ai turisti. Terziario puro. Ma chiamiamolo col suo nome: commercio.
      Grazie per essere passata!

  4. Qui il ritorno c’è, ma spesso da parte di chi aveva nonni agricoltori e allevatori, difficile che ci si inventi dal nulla. Invece di lasciar case, campi e stalle allo sbando, qualcuno è tornato. Più che altro, però, qui in diversi non scappano: ragazzi di montagna che invece di cercare lavoro scendendo in città, decidono di investire nel proprio territorio. Scelte difficili, perché qui gli inverni in montagna sono freddi, la gente poco ospitale e collaborativa. Insomma, chi lo fa dalle mie parti è molto motivato e gode di molto rispetto.

    1. E c’è da aggiungere che l’agricoltura di montagna soffre a causa di una capacità produttiva molto ridotta. Finché ci saranno le agevolazioni si potrà sopravvivere, in futuro bisognerà inventarsi qualcosa a metà con il turismo. Purtroppo.
      Ciao

  5. Io l’agricoltura l’ho studiata solo sui manuali di geografia e mi sono stupita di quanto spazio le venisse dato. Poi ho capito perché. Non so molto, forse nulla. Forse solo che i prodotti dell’orto di mio padre sono buoni ed una soddisfazione per lui.
    Quanto al discorso su tecnica e progresso, mi sono sempre chiesta perché all’improvviso le innovazioni e i miglioramenti raggiunti attraverso secoli di studio e fatica siano diventati inutili o addirittura dannosi. Biologico oggi sembra quasi sinonimo di “fighetto”.
    Ciao 🙂

    1. Biologico è sicuramente sinonimo di “fighetto”. Almeno per come vanno le cose attualmente…
      Fai bene ad apprezzare i prodotti dell’orto, sono sicuramente meglio di quello che trovi nella maggior parte degli ipermercati.
      Ciao! 🙂

  6. Concordo su tutto.
    Ed anche sul biologico=fighetto. È per lo più una moda, un essere trendy, qualcuno, come sempre in questi casi, ha fiutato il profumo del denaro, e cavalca l’onda. Ma come dici tu non può costare il doppio, o più, del prezzo comune.
    È appena diventato trendy il biologico e già mi sono dovuta abituare a sospettare di tutto ciò che porta la scritta “bio”, non solo per i prezzi ma soprattutto per ciò che realmente costituisce. Vero bio? Fuffa? Slogan ingannevoli? Tutto insieme.
    Niente è facile, e tutti dovrebbero essere guidati da un po’ più di desiderio di consapevolezza. Soprattutto quelli che si entusiasmano troppo facilmente per il “bio”, la “natura”, il “ritorno alla campagna”, senza realmente sapere cosa significhi….

    1. Grazie per essere passata Ilaria, ovviamente concordo. Dietro il biologico, che tendenzialmente potrebbe essere una buona pratica, si celano tutta una serie di problemi e truffe.
      Ciao!

  7. Concordo su tutto ed in particolare sul problema dei prodotti bio e del loro prezzo.
    Io vivo un pò una situazione borderline: in campagna non saprei dove mettere mano, nemmeno i i miei lo saprebbero, però vengo da una piccola zona del Sud dove i prodotti bio te li vai a comprare direttamente dal produttore a prezzi non buoni ma di più e se vuoi l’ortcello te lo puoi fare anche in casa, se ha lo spazio (cosa che stanno iniziando a fare i miei genitori, che nella vita fanno tutt’altro comunque).
    Il problema è nelle città; ed il bio va tanto di moda ma poi vorrei proprio vedere quanto sono bio certi prodotti che vengono spacciati come tali. Ci sarebbero tante cose da dire su questo argomento, anche su come vengono sfruttate dalle varie aziende i discorsi sulle intolleranze alimentari, reali o presunte (e da persona pesantemente intollerante al lattosio nell’ultimo anno mi sono resa conto di quanto sia difficile per una persona che non sa molto di medicina sapersi gestire in questi problemi, ho difficoltà io..).
    Per quanto riguarda gli agriturismi..se vuoi divertirti una settima a stare in un agriturismo a mungere le mucche ed a fare finta di coltivare la terra ben venga (io è una cosa che non mi potrei mai divertire a fare ahahahah), ma poi giustamente non pretendere di dire che lo sai, come funziona la vita di campagna.

    1. Innanzitutto benvenuta e grazie per essere passata. Concordo su tutto ovviamente.
      Per quanto riguarda le intolleranze: basterebbe comprare solo prodotti di base e prepararsi il cibo a casa. Cucinare è anche una bella cosa, io lo faccio tutti i giorni. Tuttavia mi accorgo che si tratta di un’abitudine sempre più rara, ormai la gente non fa nemmeno le cose basilari…

  8. Conosco poco il fenomeno se non per sentito dire. Ma a naso direi che 1) Adesso tornare alla terra fa fico. Negli anni 80 eri fico se ti occupavi di marketing, nei 90 di finanza, adesso il Lapo Elkann di turno si occupa di terra e produce vini. 2) La città ha esaurito la spinta propulsiva. Dici giustamente che la campagna assorbe una schiera di disadattati in fuga dalla città. Un secolo fa la città assorbiva una schiera di disadattati provenienti dalla campagna. 3) Ormai si studia tutto. La moltiplicazione dei laureati in agraria non è estranea a questo fenomeno di ritorno alla terra. Ma per quanto studi l’esperienza è un’altra cosa. Come diceva quel tale, la mappa non è il territorio…
    Fa piacere trovare ogni tanto un blog dove non si parli solo di frescacce, complimenti

    1. Mi ha fatto molto piacere leggere il tuo commento Stefan, grazie e benvenuto.

      Sono d’accordo su tutti e tre i punti, anche se, probabilmente, l’aumento dei laureati in agraria è soltanto proporzionale all’aumento più generale dei laureati in qualsiasi disciplina. Non ho nulla contro, lo studio non fa mai male, anzi.
      Quelli che non provengono da un contesto rurale, con un po’ di fatica, possono fare esperienza. Senza l’arroganza di cui parlo nel post siamo tutti capaci di imparare almeno l’essenziale.
      Ciao!

  9. L’arroganza è nemica del buono. Se si parla di agricoltura, di marketing, di finanza o di figli. Detto ciò questo tuo senso di appartenenza, vero e non edulcorato, mi piace moltissimo…

      1. Tra i ricordi e la nostalgia c’è anche la rabbia, del resto non l’ho mai nascosto. Il discorso è lungo e qui c’è poco spazio.
        Ciao

  10. L’arroganza purtroppo non è estranea a nessun settore, per il resto, non saprei, penso che ci sia un misto tra fighetti in cerca della novità ma forse anche persone che sono realmente stanche di un modo di vivere che non le rappresenta e cercano di reinventarsi, anche se non è detto che sia facile, anzi. L’umiltà d’altra parte è probabilmente un ingrediente fondamentale per riuscire, anche se non l’unico. Io ho scoperto il fascino della vanga e della zappa una decina d’anni fa, ma in maniera assolutamente e rigorosamente amatoriale, come antistress estivo, diciamo,, vedo crescere i fiori, mangio qualche ortaggio coltivato da noi e questo mi permette poi di affrontare le sfide della città con rinnovata energia (paroile grosse, ma diciamo, più o meno così) 🙂

    1. Sono d’accordo con quanto dici. In effetti il giardino, l’orto o anche soltanto il bosco sono degli antistress che con un po’ di pazienza danno grosse soddisfazioni.
      Grazie per essere passata!
      Ciao

  11. Caro Michele, io vivo quasi in campagna (il centro è piccolo e la campagna ci invade gioiosamente) e mi sento parte di essa.
    Una volta fare l’ agricoltore, ma a me piace più la parola contadino, era fatica, sudore e pochi spiccioli da sfamare la famiglia. Oggi , con la tecnologia, l’ umile contadino di una volta, ha lasciato il posto da una agricoltura più avanzata e fiorente Il che, non guasta. Però quell’ Umiltà di una volta non esiste più e non mi piace affatto (oddio sto uscendo fuori tema) Tanti agricoltori, soprattutto improvvistati sono diventati un pochino disonesti e avidi.
    E a proposito della biocoltura: mi sono sempre chiesta come faccio ad essere certa se quel prodotto è nato da una terreno “pulito” non trattato con i veleni
    Comunque lavorare ed amare la terra non è per signorini annoiati.
    La terra, come l’amore ha bisogno di Passione
    Grazie, Michele
    Un abbraccio da Mistral

    1. Grazie per essere passata, io ovviamente adoro i piccoli centri perché sono cresciuto in un paese di ottomila abitanti. Io però abitavo in campagna, a tre chilometri dal centro.
      Sono d’accordo sul fatto che alcune persone siano dedite alla speculazione, questo purtroppo capita in ogni settore. A me la parola contadino piace ma la trovo inattuale da almeno trent’anni, se non più.
      Sul biologico non posso che darti ragione, ci vorrebbe un controllo maggiore.
      Grazie per il commento e un abbraccio!

  12. Ho esperienza di amici che sono “tornati alla terra” con molto entusiasmo e senza basi elementari. Uno una notte mise il maiale nel ricovero delle galline.

    1. 🙂 Benvenuta e grazie per essere passata. Scusa il ritardo ma il filtro anti spam aveva preso i tuoi commenti!
      Immagino che il giorno dopo i tuoi amici non abbiano trovato le galline! 😀

  13. Bel post, preciso e schietto come dev’essere.
    Pensavo di essere uno che si fa il mazzo (commercio bombole, saldatura) ma poi ho conosciuto settimana scorsa un ragazzo che ha un’impresa agricola in Brianza, serre di vegetali, sta in ginocchio nella terra dalle 10 alle 14 ore al giorno.
    Dalle 4.30 del mattino.
    E non hanno animali.
    È un mestiere che non si inventa.
    No way.

    1. Grazie per essere passato, beh in effetti il lavoro in serra non è una bella cosa, specialmente d’estate.
      Il tuo è un lavoro parecchio duro, le bombole pesano non poco… Nei lavori di campagna fai molti e diversi sforzi, per carità, ma difficilmente fai lavori ripetitivi e “di schiena” come nel carico e scarico. Respect!

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