Sulla nostra pelle

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«C’è una generazione che non è stata ancora abituata al lavoro, anche al lavoro estivo, ma credo che dovrà imparare presto».                                      Aldo Grasso, «Corriere della Sera»

Quanto altro letame dovrò spalare per non sentire più la parola bamboccione uscire da certi orifizi prezzolati? Quante altre estati dovrò passare sotto il sole, sul sedile di un trattore o con una pala in mano, per dimostrare che lavoro da quando ero bambino? Quanti chilometri dovrò frapporre esattamente tra me e quella che chiamo casa per essere definito un giovane volenteroso? Quanti figli di puttana dovranno ancora passarmi avanti in nome della loro appartenenza? Quanti altri amici dovrò veder scomparire oltre frontiera per necessità?

A questi interrogativi, ovviamente, non c’è una risposta certa.

Personalmente sono nauseato. Ho sentito così tante corbellerie negli ultimi venti giorni che mi è passata anche la voglia di buttar giù qualcosa di sensato, procederò per punti, come negli elenchi più noiosi.

#Uno. A fare i servi all’Expo per quattro soldi dovrebbero andarci, oltre ai figli dei giornalisti chiacchieroni, i signorini – i figli di papà – di cui parlavo sopra.

#Due. Il lavoro si paga, sempre. Il volontariato lo fa solo chi ha già i soldi per campare.

#Tre. Ognuno è libero di rifiutare il lavoro che gli pare, specialmente quando il contratto è pessimo e la paga è bassa. Precari sì, fessi no.

#Quattro. L’estero è bello – come dicono certi – solo quando uno sceglie di andarci per scelta e per ambizione personale. Quando si parte per necessità il discorso cambia.

Uscendo un attimo fuori tema, ma restando sull’attualità, aggiungo altre quattro cose.

#Cinque. Nutrire il pianeta. Pare una presa per i fondelli se guardiamo le premesse, gli organizzatori e gli sponsor. Lo è ancor di più se vediamo a cosa serve realmente. Il pianeta non si nutre con l’agroalimentare di nicchia e con i vini dai costi esorbitanti: mezzo mondo ha fame di cereali e di acqua. Basterebbero quelli.

#Sei. Sui fatti di Milano: non ho mai visto tanta indignazione (e mobilitazione) per problemi, incidenti e catastrofi molto più gravi. Guai a voi! Mai toccare le botteghe delle zone buone.

#Sette. Stavolta è inutile ragliare contro la Polizia: l’intervento è stato intelligente e pragmatico. Le vetrine e le auto si ricomprano, la pellaccia delle persone invece è una sola.

#Otto. È bastato rompere quattro vetrine che la nostra grande ed impegnatissima stampa nazionale ha dimenticato i migranti morti nel Mediterraneo ed il terremoto in Nepal.

#Ultimo. I negri non piacciono a nessuno, ma le loro risorse le vogliono tutti.

[Questo non è un post, è un’accozzaglia di questioni che mi facevano innervosire da giorni. Agli stupidi, specie quelli di certi giornali, non bisognerebbe prestare attenzione, ma io dovevo vuotare il sacco. L’articolo retorico del «Corriere» (e il commento video di Aldo Grasso) sarà noto a molti. Lo trovate qui.

Per chi avesse voglia, ho (ri)messo su Flickr una serie di foto in bianco e nero vecchie e nuove. La foto del post l’ho fatta a casa mia qualche giorno fa. Perdonate il rumore, torno a farmi gli affari miei.]

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22 pensieri su “Sulla nostra pelle

  1. Non è rumore, è dire le cose come stanno.
    Ho commentato qualche giorno fa il post di EdFelson, che vedo qui sopra e che ha scritto riflessioni sullo stesso argomento, dicendo che il vero aiuto sarebbe stato non fare l’Expo e devolvere i fondi del budget (anche solo quelli!) a progetti reali fatti direttamente sul posto. Ma come sempre, queste sono utopie.

    1. Già, già… E tra l’altro anche l’agricoltura italiana non sta passando un buon periodo, checché ne dicano i giornali che parlano di “ritorno alla terra”.
      Ciao!

    1. Grazie Mau, ovviamente tutto poteva essere esposto in maniera molto più aritcolata. Ma ci vorrebbe un’intera vita soltanto per rispondere a queste teste di cavolo.
      Ciao!

  2. Concordo… Ho visto andarsene all’estero tantissimi amici per necessità: Londra, Madrid, Oslo, Minneapolis, Dublino, Berlino, Amsterdam…. In Italia è soirt nazionale dare la colpa a qualcun altro, e cavalcare il fenomeno “bamboccioni” è facile, piuttosto popolare in certe fasce di popolazione, e sbrigativo.
    Ti dirò: i bamboccioni esistono, eh, non sono una leggenda. Io ne conosco tanti. Alcuni sono figli di papà, altri semplicemente non hanno voglia di lavorare (per lo più donne) e preferiscono farsi mantenere (liberissimi di vivere così, ma non andranno mai d’accordo con me; certamente ciò non costituirà un problema per loro, costituendo invece il loro atteggiamento un problema per me, che lavorando li mantengo con le mie succose tasse).
    Ma esiste anche (e sono molti di più, per fortuna) chi sgobba e si sbatte da sempre, e sì, fa incazzare ogni tanto sentirsi messi nel mucchio dei bamboccioni.
    PS. Manca il #cinque

    1. Ciao Ilaria, grazie per il commento-fiume.
      Hai ragione, i bamboccioni esistono e come ma non sono di certo la regola e spesso hanno benissimo di che campare.
      Grazie per la segnalazione, c’era un sette di troppo e non me ne ero nemmeno accorto.
      Ciao!

  3. Ci vuole un mese per rispondere adeguatamente a tutti i tuoi punti. Su alcuni sono pienamente d’accordo, su altri meno. Che continuino a dare dei bamboccioni ai ragazzi (io sono fuori target, ne faccio 45), perché rifiutano di farsi sottopagare è vergognoso. I “loro” di ragazzi non hanno certo questi problemi. Io allevo una figliuola di 8 anni e ormai spero che se ne vada appena può da questa Italia, ma per scelta. Sul resto io difendo il diritto di protesta sempre e comunque, ma mai quella violenta. Per semplificare al massimo ti dico che è vero che le auto si ricomprano, ma se avessero distrutto la mia, uno scassone che non vale nulla, sarei in serie difficoltà a ricomprarla e tutta la mia economia domestica di sussistenza (perchè di questo si tratta per i più), andrebbe a farsi benedire. E solo per parlare di danni materiali.

  4. Ciao Katia, ovviamente il tuo commento è benvenuto.
    Mi trovi d’accordo sul fatto che non era assolutamente necessario far danni. Infatti con i danni la protesta e le ragioni sacrosante sono andate a farsi benedire.
    La mia osservazione si riferiva esclusivamente alla gestione dell’ordine pubblico. In molte situazioni, per evitare danni irreparabili, è preferibile “contenere ed osservare”, piuttosto che (re)agire in maniera irruenta. Su questo molti giornalisti imbecilli non sono d’accordo ma del resto non capiscono un tubo di policing e controllo della protesta.
    Sull’auto nessuno può capirti meglio di me, l’ho presa di terza mano (nel senso che me l’hanno lasciata in omaggio), non è soltanto mia e se me la spaccano difficilmente potrei ricomprarmene una.
    Ciao!

  5. Credo anch’io che la reazione non dovrebbe essere uguale alla provocazione, anche perchè in certi contesti è esattamente quello che si vuole scatenare. Ci sono, credo, mezzi di contenimento più consoni. Forse non altrettanto efficaci, ma nemmeno io sono esperta di policing. Sull’auto, se ci va male ne usiamo una in due… Qualche problema di distanza, ma ci organizziamo

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