Barfly

P1090261

Stay with the beer. /Beer is continuous blood. /A continuous lover.

Charles Bukowski, Love is a dog from hell, Santa Barbara, Black Sparrow Press, 1977.

Stranamente non avevo nulla da fare. Fuori c’erano due gradi e tirava un vento gelido. Una neve frolla e bagnata veniva giù a dirotto tanto per impedirti di vedere bene. La giornata era adatta per una bevuta in compagnia, di quelle che ti portano indietro ai vecchi tempi (che sembrano sempre più belli dei nuovi). Ho colto l’occasione per andare in un bar gestito da un amico che non vedevo da troppo tempo.

Si tratta del tipico bar di provincia. È un posto senza troppe pretese. Un ritrovo simile a molti, vicino ad una pompa di benzina, all’ingresso di un paese semideserto distante quindici chilometri da dove sono nato.

Inutile dire che l’accoglienza è stata calorosa. Abbracci, Peroni a volontà e risate sincere.

La clientela del bar era tutta maschile: muratori, autotrasportatori, agricoltori e pensionati di varia estrazione. Pian piano, con il passare delle birre, ho abbandonato l’italiano per mescolarmi meglio con l’umanità varia del locale.

L’italiano non si addice a certe situazioni. Crea una distinzione che non facilita rapporti cordiali e mette certe persone sul chi va là. Si finisce per essere stranieri a casa propria: da “osservatore partecipante” non me lo potevo permettere.

Del resto in questi luoghi non c’è posto per i convenevoli. Non c’è spazio per i muri della formalità. Non c’è il lei e nemmeno il voi – che va per la maggiore dove sono nato –, c’è soltanto il tu. Diretto, sanguigno e sfacciato. I titoli non contano. Le parole scorrono senza filtri e senza troppi riguardi. Il bar (quello vero, non i caffè borghesi, né quelli “letterari”) è il luogo per prendersela con Dio e con gli uomini senz’altra censura se non quella dei compagni di bevute.

Il bar è il luogo della birra un tanto al litro e del vino decente al bicchiere. Non c’è posto per raffinati sniffatori di calici. Le bevande d’ordinanza sono la Forst e la Peroni. Altrove si trovano anche Moretti e Nastro Azzurro, ma non è questo il caso.

Nel giro di un’oretta la clientela abituale sembrava non fare più caso alla mia presenza. Alcuni hanno iniziato la passatella, benché il numero dei partecipanti – tre – non fosse propriamente congeniale. Una giocata pacifica, per inteso. Semmai esistano ancora, in qualche luogo, delle passatelle con finali violenti, a base di cazzotti e coltellate, come si vedeva in passato nelle peggiori taverne.

Gli argomenti principali di discussione erano quattro: le donne (nella declinazione più triviale e materiale possibile), l’attualità (deformata a piacimento), il tempo (spesso inclemente) e, ovviamente, lo sport (il tema peggiore, quello su cui non ho messo becco).

Inutile dire che gran parte della sociabilità di tante piccole comunità passa necessariamente dai bar. Non si tratta di luoghi di perdizione o di delirio, come la vulgata benpensante vorrebbe far credere. Spesso sono soltanto punti di ritrovo, sostituiscono le piazze quando il tempo è inclemente, sciolgono le parole e le chiacchiere con il bicchiere. Certo, non parliamo di posti dove si ascoltano discussioni colte o erudite. Ma le discoteche o i pub di città lo sono? Non credo.

Parlando con un pensionato che sembrava essere un frequentatore abituale, due espressioni mi hanno colpito particolarmente. La prima riguardava il bar: «La gente va al circo e paga il biglietto per vedere lo spettacolo. Qui invece è tutto gratis». La seconda riguardava il prossimo: «Io non rompo i coglioni a nessuno e nessuno li rompe a me. Aspetto il sedici del mese per ritirare la pensione e fottermene di tutti quanti».

Per molta gente questi sarebbero discorsi da persone “arrese” e, in un certo senso, sconfitte. Sicuramente una sorta di noncuranza appartiene al modo di fare dei frequentatori abituali dei bar. Tuttavia posso assicurarvi che ironia, burla e sarcasmo sono forse le parole migliori per definire questi luoghi.

Certi bar sono semplicemente un ritrovo per dimenticare le fatiche di una vita, i problemi assillanti del quotidiano e le sofferenze che ciascuno si porta dietro. Sono i luoghi giusti per ingannare la sorte con le carte e il bicchiere.

[Martedì scorso, ad ora di cena, sono tornato a casa allegro e con qualche pregiudizio in meno. Ho fatto qualche foto del postaccio gestito dal mio amico, potete vederle qui. Rimpiango soltanto di non aver portato con me il registratore vocale che uso per le interviste. Sarei stato molto più preciso nel racconto. Il titolo del post, Barfly, viene da un mediocre film di Barbet Schroeder, sceneggiato proprio da Charles Bukowski.]

Annunci

32 pensieri su “Barfly

  1. alcuni bar di Provincia si somigliano tutti, gli avventori sono come li hai descritti.
    Anche nella parte di Francia, dove sono cresciuta, erano, sono così…Invece mi stupirono
    quelli napoletani, dove se non sono di ” quartiere”, sono da bevi e via, manca giusto il cartello ” non parlare al barista” .
    Io li trovo posti ” vivi” dove si sente la vera umanità e la fatica del vivere.Belle foto, crude e nette.sempre bravo 🙂
    ciao!

    1. Grazie Cara S., sei sempre troppo gentile.
      Probabilmente i bar di provincia si somigliano in molte parti d’Europa… I posti bevi e via non mi sono mai piaciuti, credo siano tipici delle città.
      Ciao!

  2. I bar di provincia sono una delle ultime “resistenze” alla massificazione, al cedimento neoliberista e globalizzante, lo sono, come noti tu, nel bene e nel male… su Barfly non concordo sul definirlo mediocre. Un film invisibile, difficile da trovare, sono riuscito a vederlo solo sul web, qualche anno fa, e l’ho trovato un film discreto, lontano da quello che era Hank, sicuramente, ma un prodotto della sua epoca, con il divo “maledetto” Rourke (si scrive così?) sulla cresta dell’onda. ora vado a vedermi le foto.

    1. Caro Ally, concordo sui bar, ovviamente. Su Barfly: lo vidi qualche anno fa, anche in discreta qualità, ma non mi piacque molto. Rourke (sì, si scrive così) in quel film è molto bravo, possiamo dire che il tutto si regge esclusivamente sul suo personaggio. Ma film nel complesso mi è parso abbastanza banale. Sugli stessi temi mi è piaciuto di più Factotum di Bent Hamer. Grazie mille per il passaggio e per il commento! A presto!

  3. Nel tuo modo di esporre immagini, pensieri, frammenti di vita vissuta ci trovo sempre qualcosa di affascinante, anche se si tratta di un mondo che non conosco e che sento lontano dal mio. O forse proprio per questo 🙂

    1. Grazie per il commento Alessandra, è molto bello quello che mi hai scritto. 🙂 Purtroppo, ora come ora, molte delle cose che scrivo e che racconto appartengono solo per brevi periodi alla mia vita.
      Ciao!

  4. Bellissime le foto e bella la tua descrizione. I bar, quei bar, sono sempre stati luoghi per uomini. Le donne ci entrano solo per andarseli a riprendere. Da bambina andavo in un bar di montagna a prendere il gelato o a comprare il latte per mia nonna. Gli avventori erano ruvidi, orsi di montagna e prima che mi vedessero riuscivo a sentire le bestemmie più colorite, ma la mia presenza non turbava. Crescendo, da ragazza e poi donna, il mio ingresso ammutoliva tutti, anche i parenti, quasi imbarazzati… mi manca quel passare inosservata, sentire imprecazioni, gli insulti sulle carte, le manate sui tavoli e i bicchieri…

    1. Grazie per il commento carissima…
      Vedo che anche tu questo mondo lo conosci abbastanza! Mi fa piacere!
      Non credo che una donna passerebbe tanto inosservata nel bar dove sono andato! Te lo assicuro. 😀

  5. Mi ricorda i bar del mio paesello calabrese, sperduto in mezzo alle montagne, i bicchieri di vino rosso della casa a 50 centesimi, l’aperitivo coi lupini, la contrapposizione tra la gente del luogo e il dialetto arbëreshe e gli ‘italiani’. Bellissimo pezzo.

    1. Ciao! Innanzitutto grazie per essere passata, mi fa molto piacere! In effetti tanti bar di paese potrebbero somigliare a questo postaccio… 🙂
      Anche nelle mie zona ci sono quattro comunità Arbëreshë ma fanno comune a parte… Fantastici.
      Un abbraccio

  6. ci tenevo a conoscere quello che mi ha “rubato” uno dei nomi scelti per il mio blog. detriti è davvero un bel nome, ma forse io sono di parte…
    il film non l’ho ancora visto e non credo che colmerò la lacuna in tempi brevi, però ho letto hollywood! hollywood! che racconta più o meno i retroscena della lavorazione del suddetto..

    1. Ciao, piacere…
      Spero davvero di non aver rubato nulla a nessuno. Ho aperto il blog in un periodo nero e “detriti” mi sembrava la parola adatta a quello stato d’animo.
      Hollywood! Hollywood! l’ho letto anche io molti anni fa. I ricordi sono sbiaditi ma in effetti, ora che mi ci fai pensare, parlava proprio di quella sceneggiatura. Grazie per il passaggio!

  7. Ciao, Michele, che bella on the road da bar e le foto, rispecchiano molto, il tuo Incontro con la genuinità del luogo
    Comunque, vivendo in un piccolo centro, ne conosco anch’io di posti così e qualche volta per un verso o l’altro, sono entrata.
    Alcol, chiacchiere, risate grasse, risatine sotto i baffi, bestemmie, battute sagge, sciocche, maschiliste e anche gesti di cortesia che mi hanno lasciata davvero senza parola
    Del film non posso dire nulla: non l’ ho visto
    Un abbraccione
    Mistral

    1. Ciao Mistral,
      grazie per essere passata…
      In effetti certe situazioni sono comuni per molte parti della Penisola. È proprio per questo che ne ho parlato.
      Si tratta di un luogo “tradizionale” della sociabilità dei piccoli centri e dei quartieri urbani, qualcosa che molti conoscono.
      Il film non è eccezionale, ma è comunque meglio di tante altre cose che passano al cinema e in tv.
      Un abbraccio!

  8. Un flashback di un posto che ho frequentato di rinterzo, se mi passi la metafora biliardesca.
    L’usanza del bar è tipica dei paesi, ci andavamo abbastanza spesso la domenica col mio ex che viene da uno qui vicino. Anche lì c’era chi guardava la partita in tv, chi giocava a carte, chi beveva, all’inizio mi guardavano un po’ strano, poi si sono abituati alla mia presenza e non ci facevano più caso.
    Di giorno, attività moderate, di notte, chiudevano la saracinesca e i giochi proseguivano fino a tarda notte per pochi intimi e affezionati clienti. Avrei voluto essere una mosca per assistere a qualcuna di quelle partite. Di certo comunque è un ambiente ben più vero dei tanti locali fighi da aperitivo del centro città.

  9. Non ho visto il film, ma mi ritrovo nelle immagini che evocano le tue parole… Il fatto che per molti queste sarebbero figure che rappresentano l’uomo “arreso”… E che invece dal mio punto di vista rappresentano il culmine di una evoluzione, quando si giunge a capire che le cose semplici e più autentiche sono le più importanti, che le cose genuine e i rapporti schietti e grezzi, nel senso vero del termine, sono quelli che più si avvicinano all’essenza dell’uomo… L’autenticità.

    1. Grazie per il passaggio Ilaria e benvenuta!
      In effetti in quei luoghi si respira un’aria abbastanza schietta e semplice. In un certo senso molto più autentica che altrove…
      Ciao!

  10. Questo post me l’ero perso! Ma dov’ero quel dì?
    Anch’io certi bar li ho da sempre in mente come posti da uomini. Quando ero piccola e il papà mi ci portava (perché forse era stufo di starsene in giro con me e mio fratello), mi sentivo sempre a disagio. Probabilmente nessuno badava a me, ma io mi sentivo osservata e desideravo solo di andarmene via al più presto. E dire che tra i miei antenati ci sono un sacco di avvinazzati e io sono pure (quasi) astemia!!
    Tu scrivi sempre benissimo 🙂
    PS: l’ “osservatore partecipante”… mi hai riportato all’esame di antropologia sociale (mi era piaciuto un sacco).

    1. 🙂 Grazie per il passaggio, sei sempre in tempo!
      Quasi astemia non va bene… Bisogna che tu faccia pratica di vino e birra. L’osservatore partecipante è il frutto dei miei dieci esami di antropologia!
      Un abbraccio

      1. I miei genitori mi hanno educata malissimo. In casa l’unico vino era il bicchiere di bianco di mia nonna ai pasti (un bianco scadentissimo), che io per altro guardavo con sospetto… Mio padre beveva solo al bar e mia madre odiava l’odore del vino. Da ragazzina mi prendevo anch’io la mia birra con gli amici, ma in realtà non mi piaceva! E soprattutto: non ho il fisico per bere io…

  11. E’ uno di quei bar, dove se entri da forestiero, vieni squadrato dalla testa ai piedi nel silenzio più assoluto. Peggio ancora se sei donna, per non parlare se sei donna e sola. I pensieri degli avventori ti si appiccicano addosso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...