Il giorno dei ferri taglienti

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La stagione propria di uccidere i porci è il verno, perché la carne porcina ha bisogno di essere fermata col freddo: quindi nei luoghi bassi e caldi si cominceranno ad uccidere i porci nel gennaro, e nei luoghi freddi di montagna da gennaro fino a tutto febbraro quando spira tramontana.

Giuseppe Domenico Cestoni, Elementi di agricoltura pratica, Napoli, Tip. G. Zambrano, 1843, vol. II, p. 123.

Si esce di buon’ora con il cappello di lana, la tuta da lavoro e gli stivali di gomma.

L’aria è pungente. Nella notte la temperatura è scesa diversi gradi sotto zero, i campi si sono coperti di brina, le pozzanghere ghiacciate scricchiolano sotto i passi veloci. La neve è venuta giù quasi fino a valle nei giorni precedenti, ma la tramontana fortunatamente tace.

Alle sei e mezzo del mattino il fuoco è già acceso, la grossa caldaia di rame è piena d’acqua. Dopo aver preso il caffè, si preparano le corde, gli spaghi e i ganci.

I coltelli vengono affilati per l’ennesima volta. Spesso si tratta di ferri taglienti lavorati nel paese vicino, Frosolone, tremila abitanti, tante coltellerie e una lunghissima tradizione di coltellinai.

Il trattore è già in moto di fronte al porcile e borbotta in sottofondo.

Ad una certa ora arrivano gli aiutanti: (zio) Pietro, il norcino di casa, mano esperta e un passato da operaio in un grosso frigo-macello e Salvatore, amico di famiglia, agricoltore e macchiettista nato.

Quando l’acqua inizia a bollire i maiali vengono legati e spinti fuori dalla stalla senza troppo rumore e senza spaventarli, uno per volta. Dopo qualche ora di lavoro, nella tarda mattinata, giacciono appesi in cantina, divisi a metà. Il giorno del maiale è un momento di lavoro ma soprattutto di festa. Si caccia via la tristezza dell’uccisione con il pranzo e con il vino. Il lavoro vero inizierà il giorno dopo, con la lavorazione della carne.

Da bambino ricordo che dalla metà di dicembre fino ai primi di febbraio, il sabato e la domenica, era facile udire il grido di qualche maiale. Le campagne erano ancora coltivate e molti macellavano in casa. Oggi è difficile sentire qualcosa, in campagna sono arrivati i signori con i loro grassi animali da compagnia. Non è gente che si sporca le mani, non fanno nemmeno l’orto. Sono persone avvezze a vedere il maiale già insaccato o affettato, basta la vista di un po’ di sangue per farli inorridire. Mal sopportano la presenza dei pochi agricoltori rimasti: disprezzano l’odore del letame, detestano la polvere che insozza le loro auto nuove e odiano profondamente il gallo che inizia a cantare troppo presto.

Finché ci sarà tempo e forza io tornerò giù per tenere viva questa tradizione.

La cultura è prassi, è saper fare. Certe pratiche restano in vita soltanto se conservate con ostinazione. E molte persone sono in grado di fare una cosa sola: pagare.

Poscritto nostalgico. In passato ad aiutarci, tra gli altri, c’era sempre Z’Pasqual (Zio Pasquale), un vecchio amico di mio nonno e di mio padre, grande cacciatore ed esperto montanaro. Aveva lavorato in Canada tanti anni. Raccontava sempre di un posto dove cuocevano polli per farne zuppe in lattina, chicken soup o qualcosa del genere: «Quando arrivavano i trucks, dovevamo scaricare i polli e buttarli nei bollitori, tante volte sai quanti ospiti galleggiavano sull’acqua!».

America a parte, Z’Pasqual era un valido aiuto nel lavoro e un abile narratore nei pranzi. Dopo i suoi «per farla breve» il racconto non era mai breve. Le storie migliori erano quelle di caccia. Quella vera. Allora si usciva sempre a piedi, di notte, e si camminava per quindici o venti chilometri fino alla tarda mattinata.

Zio Pasquale non c’è più da tempo, ma un pensiero per lui ci sarà sempre.

[Da circa tre o quattro anni, in questa occasione porto dietro la fotocamera per fare qualche scatto. Quest’anno sono sceso giù per dare una mano a mio padre e ho tentato anche di tirar fuori un album con foto vecchie e nuove per raccontare questa tradizione. Il risultato è mediocre ma lo allego comunque. Potete vederlo qui.

Il video che ho inserito alla fine del post s’intitola Dell’ammazzare il maiale. È un bellissimo cortometraggio d’animazione realizzato da Simone Massi, un artista eccezionale che conosce bene le campagne e i contadini. È stato capace, in pochi minuti di corto, di descrivere gesti, riti e immagini senza tempo. Vi consiglio di guardarlo ed ascoltarlo bene.]

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18 pensieri su “Il giorno dei ferri taglienti

  1. Hai detto bene: ascoltarlo. I suoni del corto sono davvero eloquenti. Mi piace molto la tua prosa, davvero. Adesso vado a vedermi anche le foto.
    PS: la vita di campagna io l’ho conosciuta solo nelle pagine degli scrittori, che in qualche modo l’hanno vissuta o sfiorata. Io al massimo da bambina venivo portata in montagna e forse là ho respirato un po’ di quello che tu racconti così bene…

    1. Grazie per il passaggio, sei molto gentile!
      Sì, il corto è veramente bello.
      Alcuni scrittori hanno parlato della campagna in maniera incisiva e credo che la lettura lasci un segno molto profondo.

  2. gran bella cronaca che spesso va verso un piacevole e melanconico racconto: me lo son letto due volte per confermare la sensazione di essere li con te, fino a sentire l’odore della campagna. Le foto su flikr sono “vere”, reali e difficili con il cielo d’inverno che conferisce una tinta quasi melanconica: mi hai fatto venir voglia di essere lì a scattare immagini mentre lavorate, e alla fine a di dividere un bicchiere di rosso ….

    1. Caro Maurizio, grazie.
      In effetti con il cielo così grigio era difficile non rendere tutto un po’ troppo cupo e nostalgico. C’è anche qualche foto con il sole ma è degli anni scorsi.
      Il bicchiere di vino, con pane e salsiccia, c’è sempre! Per chi lavora e per chi assiste…

  3. Apprezzo il tuo post, caro Michele, ma ho ricordi di bambina che mi fanno rizzare i peli al solo ripensarci! Mia zia, moglie del fratellastro di mia madre, era l’addetta all’uccisione di conigli, galli e quant’altro veniva da loro allevato. Il maiale lo uccidevano presso un loro compare, la cui dimora era attrezzata a tal artificio. Io ho solo ricordi terribili di quei giorni. Una volta ho visto sgorgare sangue dalla gola di un coniglio nelle mani di mia zia, che tra l’altro si era ferita e anche il suo polso zampillava di quella preziosa sostanza vitale. Un vampiro avrebbe fatto gran festa quel giorno! Mangio poca carne anche per questo, è una sensazione che mi ha segnato. Ci vuole il pelo sullo stomaco, e io ce l’ho per tutt’altre questioni… Grazie per il post, restano sempre delle bellissime perle di storia vissuta. Ciao!:)

    1. Cara Terry,
      è ovvio che certe cose, viste da bambino, ti segnino un po’.
      A casa mia non hanno mai allevato conigli perché non apprezzano la carne (ed evidenziano sempre la stretta parentela con i topi).
      A me però i conigli sono sempre stati simpatici e il giorno che ne vidi ammazzare tre o quattro a casa di un amico rimasi molto male…
      Tutto sommato penso sia solo una questione di abitudine. Anche se certe cose non le fai mai con piacere, la morte non è mai piacevole… Ho sempre disprezzato quelli che, con gusto sadico, uccidevano animali senza motivo.
      Grazie per essere passata!
      Ciao 🙂

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