Tre pensieri spaiati sulla via del ritorno

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Noi siamo tristi, è vero, ma ci hanno sempre perseguitati; i galantuomini si servono della penna e noi del fucile, essi sono i signori del paese e noi della montagna.

Un vecchio brigante di Roccamandolfi (Molise) [1]

A Calena, di marzo, incominciava il sole lungo. Per tutto l’inverno la cresta delle Mainarde, che era a ponente della città, faceva brevi crepuscoli. I raggi, rotti dalle rocce, illuminavano breve tratto del cielo di luce folgorante, lasciando la città e le sue terre nell’ombra. Di primavera il sole si poneva al centro d’una forca tra il Timbrone e il Sellao, e dava, morendo, quasi a pelo delle terre più basse, fin l’ultima briciola di luce.

Francesco Jovine, Le terre del Sacramento [2]

Alla fine di settembre il sole divenne debole. C’erano giornate corte in paese, con i cani e i muratori addormentati lungo i muri. La notte veniva dal mare, cancellava vicoli e strade, addossava le case nell’ombra.

Giose Rimanelli, Tiro al piccione [3]

Il contadino molisano è ordinariamente taciturno; non dice che l’indispensabile; abitante di una terra difficile, aspra, scoscesa, rotta, a pendii rocciosi, a sassaie aride, ha nelle vene l’asprezza della lotta per vivere… Tutto il loro linguaggio tenero palese si esaurisce per la terra… Le stesse canzoni che a lasse brevi e malinconiche e tremule vagano talvolta per l’aria sono ingenuamente narrative o grossolanamente sarcastiche.

Francesco Jovine, Viaggio nel Molise [4]

Non cantano spesso, non cantano troppo le genti dell’antico e più ignoto Sannio. Non inventano, non producono alti atteggiamenti musicali, non spigolano in altri campi. Sono sempre le immutevoli loro vecchie arie di contraddanze, le loro lamentevoli melopee, i loro stornelli melodici e afflitti come fioretti di chiesa, in un linguaggio di poesia pieno di misteriosi retaggi di epoche spente, di immemorabili modi di generazioni trasmigrate, rimasti a significare, come le pietre miliari di una vita corrosa dal tempo, qualche cosa dell’antica vita, dell’antico viaggio.

Lina Pietravalle [5]

At Capracotta, he had told me, there were trout in the stream below the town.  It was forbidden to play the flute at night.  When the young men serenaded only the flute was forbidden.  Why, i had asked.  Because it was bad for the girls to hear the flute at night.  The peasants all called you “Don” and when you met them they took off their hats.  His father hunted every day and stopped to eat at the houses of peasants.  They were always honored.  […] It was cool in the summer at night and the spring in Abruzzi was the most beautiful in Italy.  But what was lovely was the fall to go hunting through the chestnut woods.  The birds were all good because they fed on grapes and you never took a lunch because the peasants were always honored if you would eat with them at their houses.

Ernest Hemingway, A Farewell to Arms [6]

[Uno] Ieri sera mi ha telefonato mio padre verso le nove e mezza: «guardati Report!». Io non ho più la tv, ma purtroppo in streaming mi è toccato l’ennesimo supplizio sul malgoverno del Molise. La puntata di ieri sera mi ha infastidito, parecchio. Molte cose sulla mia regione le sapevo già, ma sentirle ripetere tutte insieme fa male. Malissimo. È passato già un anno da quando ho cambiato residenza, ma aspetto ancora il giorno in cui verranno a casa per chiedere il voto (perché so bene che verranno) e io risponderò con un cordiale e sentito «vaffanculo, non voto più qui!».

[Due] Ho un rapporto estremamente conflittuale con il mio comune di nascita. Non a caso parlo sempre di Molise e non nomino mai il paese preciso, lo faccio per due ragioni abbastanza solide. Primo: provengo da una frazione di campagna, abitata principalmente da agricoltori (e discendenti di), che negli anni ha sviluppato una benevola ostilità nei confronti del paese e di coloro che vi abitano. Secondo: ho sempre ritenuto – negli anni è diventata una certezza – che il luogo in questione fosse abitato da persone peggiori rispetto alla media di quelle che abitano in altri comuni della regione. La cosa vale anche politicamente. Ecco perché preferisco parlare di Molise e di Appennino sannita piuttosto che di un posto in particolare. Non nutro molta simpatia per le persone insomma e non ne faccio mistero.

[Tre] Guardo con diffidenza chi usa il termine “patria”, specie se con troppa leggerezza. Personalmente non la uso e non la userò. Il Molise per me è ciò che si potrebbe definire Heimat (uso questa parola come omaggio al monumentale lavoro cinematografico di Edgar Reitz). Il Molise è il luogo dei ricordi, il luogo degli affetti, la zona geografica dove gli occhi – ma più in generale i sensi – ritrovano tutto ciò che ho sempre percepito come familiare, come vicino, come parte di me. Non è un discorso provinciale, né voglio fare campanilismo. Vivo bene altrove e riconosco la bellezza che esiste fuori dai luoghi dove sono nato. Tuttavia, ai piedi di quelle montagne ho lasciato delle radici che non potrò mai dimenticare. La cresta dell’Appennino, la neve, la nebbia, il verde, i campi, i fiumi e i torrenti sono una parte di me, malgrado tutti i problemi, le sofferenze e la barbarie che ogni luogo frequentato da esseri umani porta con sé. Col tempo (forse) imparerò anche a gestire le contraddizioni che la lontananza implica.

[Le citazioni introduttive sono una sorta di passaggio storico e letterario sul Molise. Lina PietravalleFrancesco Jovine e Giose Rimanelli sono molisani. Hemingway deve aver conosciuto qualcuno di Capracotta, probabilmente proprio il cappellano militare di cui parla nel libro. Se avete tempo e voglia potete guardare le cinque puntate di questo documentario intitolato Viaggio in Italia. Molise. È stato realizzato montando principalmente materiale d’epoca proveniente dagli archivi della Rai. Ne esce fuori un ritratto incredibile e molte scene sono davvero suggestive. Allego di seguito i link ai cinque episodi: uno, due, tre, quattro e cinque. La foto del post l’ho fatta io.]

Note:

[1] Citato in Eric J. Hobsbawm, I banditi, Torino, Einaudi, 1971, p. 17 (originariamente cit. in Francesco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 131).

[2] Francesco Jovine, Le terre del Sacramento, Torino, Einaudi, 1950, p. 9.

[3] Giose Rimanelli, Tiro al piccione, Milano, Mondadori, 1956, p. 13.

[4] Francesco Jovine, Viaggio nel Molise, Campobasso, Casa molisana del libro, 1967. Raccolta postuma di articoli sul Molise scritti da Jovine per varie testate.

[5] Citato in Alberto Mario Cirese, Tra cosmo e campanile. Ragioni etiche e identità locali, Siena, Protagon, 2003.

[6] Ernest Hemingway, A Farewell to Arms, Scribner’s, New York, 1929. (Chiedete alle bestie che fanno gli ebook perché non mettono i numeri di pagina.)

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10 pensieri su “Tre pensieri spaiati sulla via del ritorno

  1. In primo luogo bravo per la citazione di Heimat uno dei capolavori della tv, mai visto nulla di simile. Per chi l’ha visto, e conosce il termine tedesco, rende bene l’idea. Io vivo in una realtà diversa, meno agricola, ma simile per altri aspetti (politicamente non è mai cambiata, a differenza di zone vicine, cambiate, anche in peggio, ma cambiate), un immobilismo estremo… io sono sempre rimasto qui, a combattere (contro i mulini a vento…). Ciao, buone feste!

  2. Caro Ally, il tuo passaggio è sempre molto gradito. Sapevo che avresti apprezzato il riferimento ad Heimat! Io sono scappato perché rischiavo di rimanerci appeso, ai mulini.
    Un abbraccio e buone feste anche a te!

  3. posso comprenderti, una parte di me, quella più radicata e’ napoletana, ed a Napoli ci vivo, per cui, ne sento di ogni, Report tra caffè e piazza ci ha massacrati, i mass media si occupano più dei malesseri di Napoli che di altre nefandezze…però il Molise e’ bello 🙂
    capracotta e’ il paese di Totò e Peppino in un noto film.
    Le radici sono importanti ma non fondamentali, penso che un reale cambiamento del nostro modus vivendi, avverrà solo, quando ci sentiremo cittadini del mondo.
    buone feste 🙂

    1. Cara S.,
      tanti auguri a te! E grazie mille per essere passata, mi fa sempre piacere!
      Speriamo allora di sentirci presto cittadini del mondo, di un mondo migliore di questo, si spera.
      Ciao!

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