The angels’ share

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Per bere ci vuole metodo. Non c’è dubbio. E io, modestamente, me la sono sempre cavata.

Il vino in casa scorreva a volontà, da potercisi lavare i piedi. Oggi abbonda lo stesso ma non è più come una volta. Le grosse botti che ingombrano la cantina un tempo erano piene. Ricordo che da ragazzino, quando ancora a casa si faceva il vino, ero ingordo di mosto. Non resistevo. Di tanto in tanto andavo a spillarne un bicchiere dal massiccio rubinetto d’ottone brunito. Puntualmente mi veniva la diarrea. Non c’era scampo.

Iniziai a provare piacere per l’alcool alla fine delle medie, d’estate. Malgrado la massiccia presenza di vino rosso, la mia iniziazione più o meno seria al bicchiere avvenne con la birra. I miei la compravano per un manovale che ogni tanto veniva a darci una mano. E fu proprio lui a passarmi una lattina piena e ghiacciata per la prima volta.

Si chiamava Giovanni, il manovale. Aveva una parlata strana, di quelle che ti vengono quando sei un po’ sordo dalla nascita. Insomma non ci sentiva granché bene e impastava le parole nel dialetto di un paese accanto al mio. Aveva lavorato anche al nord, dove c’erano tante puttane, almeno così raccontava lui. Ma non ci si era mai avvicinato perché era facile prendere «mmalateje». Mica fesso Giovanni.

Insomma Giovanni prendeva due lattine e una la passava a me. E io, per non fare brutte figure, bevevo.

Ne scaturiva una piacevole sensazione di stordimento. La parlata diventava più svelta e più fluente, ma non sentivo più la stessa forza nelle braccia. La lattina era un’arma a doppio taglio. Lo stesso Giovanni non mancò di avvertirmi sulla pericolosità della bevanda: «l’ho presa a sedici anni e non l’ho più lasciata, ho la vescica fottuta», così diceva dall’alto delle sue conoscenze mediche.

La birra mi convinse lo stesso.

L’estate del secondo anno del liceo iniziai a percepire delle discrete paghette settimanali, lavoravo alla stalla e in campagna dalle otto di mattina alle sei di sera. Spendevo quei soldi in un angusto e fumoso pub nel centro storico del paese insieme ad un paio di giovanissimi compagni di ventura.

Mi capitava di tornare a casa, la sera tardi, che a stento riuscivo a tener su lo scooter. Pur non avendo una ritirata ufficiale, rincasavo sempre ad un’ora decente, prima delle due, in modo che il giorno dopo potessi presentarmi alla stalla senza troppi problemi. In quel periodo, forse anche grazie alla birra, raggiunsi i miei definitivi centottantuno centimetri di altezza…

Il bicchiere negli anni divenne una passione. Alla fine del liceo iniziai a bere anche in camera, in solitaria, con lo stereo acceso, in compagnia di qualche libro o semplicemente guardando la montagna dalla finestra. Toccavo il mio limite e ci restavo comodamente seduto sopra, senza andare oltre. Nei primi anni dell’università le cose continuarono più o meno nella stessa maniera. Dopo il secondo litro di birra entravo in un sereno standby e non superavo la soglia.

Oggi l’attitudine è la stessa, con molta malinconia in più…

[Il titolo, The angels’ share, è un omaggio a Ken Loach ed al suo bel film. La foto è della scorsa estate, birra Sarajevsko gentilmente versata da un caro amico in un ristorante di Mostar.]

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20 pensieri su “The angels’ share

  1. Anch’io ho iniziato dalla birra. Poi ho scoperto il vino. Poi è sbocciato l’amore per lo scotch whisky (solo che nessuno m’aveva detto quanto fosse costoso, questo amore). E così non esiste, per nulla al mondo, che sulla mia scrivania manchi una bottiglia di distillato di malto (di malto perchè, per quello di segale, bisogna impegnare due reni e un polmone). E, quando ho bisogno di pensare, le mie brave due dita non me le toglie nessuno. E poi non c’è nulla di più bello del sapore di torba che ti rimane attaccato al palato.

    1. Ho fatto un percorso simile. Il vino rosso resta al primo posto. Fatta eccezione per le grappe non ho un grande amore per i superalcolici. Devo ammettere però che dopo aver guardato il film di Ken Loach viene voglia di farsi un buon bicchiere di whisky!
      Grazie per essere passato!

  2. “Toccavo il mio limite e ci restavo comodamente seduto, senza andare oltre”. A veder bene è quello che si dovrebbe fare con tutte le cose che ci piacciono. Anche senza malinconia. Ciao Michele, è sempre un vero piacere leggerti.

      1. Forse perchè è l’evidenziatore degli stati d’animo. A me a volte esalta la tristezza, a volte l’allegria… Tu fisso sulla malinconia? 🙂 Passaggio piacevole e doveroso.

  3. Bello, il tuo breve racconto mi ha catapultato nel bellissimo libro di Jack London “John Barleycorn. Ricordi alcolici”. Sarà che fin dalla tarda adolescenza mi sono spesso confrontata con l’alcol. sarà che al liceo avevo degli amici – rigorosamente tutti maschi – che mi portavano su un picco di roccia, mi raccontavano di David Bowie e bevevamo whisky insieme, per questo cito testualmente:
    – John Barleycorn impersonifica l’ALCOL. Di lui il vecchio Jack dice: “Sono amico. Ero amico. Non sono più amico. Non lo sono mai stato. E mai sono meno amico che quando l’ho vicino e sembro amico suo. E’ il re dei bugiardi. E’ il più franco degli uomini sinceri. E’ l’augusto compagno con cui si cammina in compagnia degli dei. (..) Ti dà vista chiara e sogni torbidi. E’ nemico della vita e maestro di saggezza oltre la vita. E’ un assassino con la mano rossa e massacra la gioventù”.
    E’ un bellissimo libro, che consiglio nonostante possano esserci lettori lontani – beati loro – dalla filosofia dell’alcol. E poi magari c’è anche il pezzo dei Motorpsycho, Barleycorn, che può accompagnare un bel bicchiere di vino rosso mentre si legge o si guarda la montagna.
    Prosit!

  4. Cara Terry,
    innanzitutto grazie per il commento fiume, per la citazione e per gli ottimi consigli!
    Jack London mi è sempre piaciuto molto, ma non conoscevo questo libro. Lo leggerò.
    Metto subito su la canzone dei Motorpsycho…
    Prosit!

  5. Bel racconto, vero: ho sentito il freddo sulle labbra e poi il liquido accarezzare lingua e palato e scendermi in gola. Mi sono alzato e sono andato giù al The Terrazze a farmi una pinta ghiacciata, dopo 2 settimane di dieta rigidissima, e mi son stordito dal piacere …. maledetto tentatore.

  6. Molto bello sì questo scritto di vita vissuta… ovviamente mi viene in mente Hank, e confesso che pure io ho iniziato con la birra, ma la mia preferenza va al vino rosso, in assoluto il mio alcolico preferito e del quale molto raramente me ne privo (giusto se devo prendere qualche pastiglia per qualche malanno, o se sono lontano dall’Italia, e vedo solo vinacci costosi). Pure io non apprezzo granchè i superalcolici, eccetto il Rum e lo Jagermaister 😉

  7. Caro Ally, ti ringrazio molto per il passaggio…
    Il riferimento ad Hank ci sta tutto. Sul rosso hai ragione, anche se la birra, quella buona, conserva sempre il suo fascino.
    Sullo Jager non mi trovi particolarmente entusiasta. Sul rum potrei seguirti. Specie se si tratta di Pampero Aniversario o meglio ancora (quando ci sono i soldi) Zacapa Etiqueta Negra.
    Ciao!

  8. sono la meno adatta a fare un qualunque commento, sia perché non ho un particolare affezione per gli alcolici in genere e poi vado a periodi, tipo d’estate un po’ di birra ci sta o un bianco delle mie zone.Però il tuo limite non è un po’ alto?
    Però capisco “quella malinconia” solo che preferisco innaffiarla con un caffè amaricano, sono una strana napoletana 🙂
    ringrazio anche io la “unasociologaingiardino” per il consiglio di lettura, oltre a voler sapere il suo curioso nik 🙂
    ciao Al

  9. Ciao S.,
    grazie per essere passata! Il limite è medio, non direi alto. 😀
    Strana una napoletana che beve caffè americano, io solo quello della moka e rigorosamente senza zucchero, almeno quello che faccio a casa! La malinconia mi appartiene, purtroppo. A volte diventa pesante e fastidiosa…
    La “sociologa in giardino” è innanzitutto una sociologa, per il resto ti risponderà lei! 🙂
    Ciao!

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