Il sedile di ferro

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La prima volta non me la ricordo. Del resto alla fine delle medie ho battuto la testa e qualcosa è andato perso per strada. Rammento però nitidamente una delle prime esperienze. Avevo dodici anni e una buona dose di paura.

Erano le sette del mattino della metà di giugno del millenovecentonovantasei.

La scuola era finita da poco e i miei compagnucci se ne stavano beati nel letto. Io ero in un prato appena falciato con la faccia rassegnata. La solita. Indossavo un paio di pantaloncini corti, gli scarponi e una felpa pesante.

Il terreno era umidiccio e la rugiada era scesa pesante e fredda durante la notte. Intorno, in lontananza, si sentivano i rumori di altri trattori: le campagne non erano un deserto come oggi.

Dopo poche parole d’istruzioni concise e tassative, mio padre mi salutò con un “cordiale” e spicciativo «muoviti, non stare a dormire». La missione non era particolarmente impegnativa, per un adulto. Dovevo ranghinare in tempi ragionevoli un ettaro scarso di erba medica falciata il giorno prima. A disposizione avevo il fior fiore della scuderia di famiglia: un vecchio Massey Ferguson degli anni ’50, senza idroguida e con il sedile di ferro, privo di qualsiasi imbottitura.

Cercai di iniziare. I miei timori diminuirono un po’ non appena vidi il trattore di mio padre scomparire all’orizzonte. La presenza del Boss, vista dall’esterno, poteva apparire rassicurante. Per me non lo era, nemmeno a parlarne. In caso di errori il rischio che volassero ceffoni era tutt’altro che remoto. L’accademia militare Frunze gli faceva un baffo, a casa mia.

I dettagli agricoli non interessano. Ricordo soltanto che la mattinata sembrò infinita. Un saliscendi monotono in cui la minima distrazione lasciava segni nel lavoro che facevo. Cercavo di concentrarmi, di non fare errori. Frizione, cambio, sollevatore e presa di forza non erano una novità, ma tutto doveva essere fatto con un certo ritmo. Rapidità, motore allegro, manovre precise, nette e veloci. Lo sterzo era duro. Almeno allora mi sembrava così. Le braccia dovevano ancora irrobustirsi e le mani non erano ancora incallite.

Malgrado gli errori, le paure, le andane a zigzag e i ciuffi di erba lasciati qui e lì, riuscii a finire. Tornai a casa con il sole di mezzogiorno. La lamiera del sedile mi aveva lasciato un segno violaceo sulle gambe. Avevo il sedere indolenzito, le braccia stanche e nelle orecchie il tlactlactlac del ranghinatore.

Ci avevo messo troppo tempo e il giorno dopo mio padre aggiunse che il lavoro era fatto malissimo, «degno di un asino» come me.

Da allora questa storia si è ripetuta in molte stagioni della mia vita, con il sole, con la pioggia, con il vento. Tanti lavori e tanti sbagli, sei diversi trattori, molti attrezzi. Tantissime volte ci sono rimasto male, mi sono sentito schiacciato, avvilito. E la volta successiva era sempre l’occasione per tentare di fare meglio, per spuntarla senza storie, per cercare un silenzio di approvazione.

Molte di quelle esperienze mi tornano utili per l’oggi, in questo mondo che spesso trovo disgustoso, pieno di gente a cui taglierei volentieri la gola. Ma io a bagno nella merda ci sono stato. E ci so stare.

[La foto l’ho scattata a lavoro quest’estate. La canzone per questo post è Tannhäuser/Derivè dei Refused.]

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30 pensieri su “Il sedile di ferro

  1. Anche io, come te, sono stata a bagno nella merda. E come te, sono rimasta sempre a galla. Nonostante tutto, rimango sempre sorpresa quando vedo quelli che galleggiano senza merito alcuno, se non la superficialità.
    E una persona superficiale, per definizione, é leggera e dunque non affonda mai. Già.
    Complimenti per il post.

  2. non c’è che dire…sei stato forgiato a dovere, testa bassa e lavoro duro…penso che sei davvero un anima nobile, perché dai tuoi scritti, non c’è rabbia o risentimento, ma orgoglio…e trovo questo molto bello, perché sono sicura che, sai apprezzare tutta la bellezza, delle piccole cose quotidiane, e ciò che per alcuni è scontato, anche una carezza, tu ne sai il peso e la misura…
    più ti leggo più ti stimo. sei in gamba 🙂

  3. Ciao, innanzitutto grazie, sei troppo gentile.
    Credo che (purtroppo) un po’ di rabbia sia rimasta, forse un bel po’… E non c’è modo di spazzarla via. In questo senso il blog è terapeutico. Mi aiuta a disciplinare le cose. Dà senso. Incornicia pensieri che altrimenti rimarrebbero solo in testa.
    Grazie ancora.
    Ciao! 🙂

    1. sarò presuntuosa…ma penso che la tua rabbia sia la tua ricchezza…col tempo la rivaluterai.
      il blog è terapeutico, confermo 😉
      ciao

  4. In certi casi e per certe persone, con un certo tipo di esperienza (generica fino alla morte, me ne rendo conto…), il problema VERO non è l’esser capaci di stare a bagno nella merda. Il vero problema è capire il momento, cogliere la spinta e la leggerezza del volo, essere capaci di non stare nella merda.
    Sembra ovvio, ma non lo è affatto.

  5. Credo che quel mondo così ostile e lontano dall’ovatta in cui i ragazzini sono immersi oggi, sia invece per te uno scrigno prezioso dal quale escono cose meravigliose, come questo bellissimo post.
    E’ tutto una grande valigia di materiale umano che non solo ti ha insegnato a vivere, come tu stesso hai scritto alla fine del pezzo, ma sarà anche materiale emotivo per chi ti legge. E più passano gli anni più sarà bello, e secondo me apprezzerai tanto di quello che hai vissuto, nel bene e nel male fa parte di te.
    Fantastico, davvero. Sono le storie che amo leggere, quelle vere. Bravo, ciao!

  6. Con tutte le differenze del caso, mi hai ricordato quando mio padre, guardando i miei compiti, mi strappava la pagina facendomela riscrivere tutta quando trovava anche una minima correzione. Le penne cancellabili non erano ancora state inventate, e io trovavo insopportabile quel lavoro ingiustamente raddoppiato.
    E quando le correzioni non c’erano, si limitava a girare pagina senza dire una parola.

  7. Non so… dai commenti, da quel che leggo, sembra quasi sia da esaltare la tua esperienza.
    A me vien da dire “mi dispiace per te”. L’esaltazione di un sacrificio di quel tipo, anacronistico, esagerato e psicologicamente umiliante ed il pensiero che “possa servire”, mi lasciano perplessa.

    1. Il mio post cercava di essere abbastanza scevro da giudizi di valore. È una storia come un’altra. Purtroppo ciascuno ha il proprio percorso e non può fare a cambio con quello degli altri. Io sto raccontando, qui è lì, alcuni pezzi della mia strada. Vengo da un cammino abbastanza faticoso, sicuramente «anacronistico», come giustamente dici, che però non è stato soltanto sacrificio.
      Molte cose sono state eccessive, è vero, le ho pagate io in primis, ma erano tutte figlie di una condizione che gravava su tutti. E grava tuttora.
      Se fossi stato figlio di colletti bianchi, in altri più rilassati contesti, avrei avuto un’esperienza diversa. Forse.
      Ciao!

  8. Mi hai ricordato Bukowski, quando narrava dello sfalcio del prato in giardino… certo, non era la stessa cosa, ma da lui un padre inflessibile passa in rassegna poi il prato, e volavano ceffoni… altro che rabbia!

    1. Hahahaha, grazie Ally. Ovviamente (forse per fortuna) la mia strada è stata diversa.
      Ho ripensato al grande Buk domenica scorsa mentre giravo in libreria, mi è venuto in mente che ho prestato in giro molti dei suoi libri e sono tutti scomparsi nel nulla. Maledetto me…
      Grazie per il passaggio! A presto

  9. ‘E la volta successiva era sempre l’occasione per tentare di fare meglio…’ È questo il compito più alto dei genitori, insegnare ai figli a non accontentarsi di un risultato medio. Insegnargli a scoprire dove possono arrivare. Insegnargli il valore dell’impegno. E tuo padre ha fatto un ottimo lavoro. Duro quanto vuoi ma meglio di tanti che giustificano sempre e creano degli invertebrati. Lo capirai meglio quando anche tu avrai un figlio. Ne sono sicura… Sii felice!

    1. Ciao Maru,
      a volte però bisogna insegnare anche il contrario, ad accontentarsi, a prendere quello che viene senza pretendere sempre le stelle. Le stalle, lo dico a ragion veduta, sono sempre in agguato.
      Io non conservo un buon ricordo di molte cose, non le ho accettate ancora oggi, ma su un punto devo darti ragione. Mi hanno insegnato ad essere autonomo. Questo per me vale più di tutto.
      Grazie per il passaggio.

  10. Anche tu non hai avuto vita facile eh…
    Come te non mi è stato regalato nulla e ancora oggi sento sulla pelle la rigidità che i miei genitori mi hanno riservato
    Devo dire che attualmente ho un bel bagaglio a seguito….
    Ciao Michele 🙂

  11. Come dico spesso, guarda chi sei oggi. Quei ceffoni e quella merda sono la salvezza per le nuove generazioni, che al primo vento della vita si spezzano come canne marce. La zappa è la miglior cura per i malesseri moderni. Zappa e calci in culo.

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