Punk in provincia

Skater a Colle Val d'Elsa

A distanza di tempo ricordo con un gran sorriso quel periodo. Ero terribilmente banale ma in quella situazione tutto sembrava una gran novità.

Sono nato nella prima metà degli anni ottanta in una provincia tra centro e sud. Provengo da un paese a ridosso dell’appennino. Non ricco e non povero. Non troppo lontano da Napoli e Roma, ma abbastanza distante da tutto.

Sul finire degli anni Novanta ero un sedicenne qualsiasi e non avevo grandi idee sul futuro. Facevo il punk (in provincia) in compagnia di altri due o tre “scoppiati”, alternativi di campagna senza troppe risorse. Cercavo di essere diverso ma ero terribilmente uguale a tanti altri in mille luoghi d’Italia. Ma in provincia tutto sembrava più originale. Per sottolineare la mia personalissima distinzione bastavano quattro cose fondamentali: la musica, i libri, la birra e certi vestiti.

Le risorse erano quelle che erano. Avevo ereditato un centinaio di lp dai miei zii materni: tirai fuori dal mazzo Clash, Siouxsie and the Banshees e Buzzcocks perché (allora) preferivo quelli. Per il resto i ciddì che m’interessavano li trovavo soltanto nel capoluogo, dopo mezz’ora di treno, o per posta (catalogo “Nannucci” o “Negative”). Divenni uno dei più grossi finanziatori occulti della Epitaph Records. Le mie paghe estive da agricoltore in formazione furono sacrificate sull’altare della casa discografica fondata da Brett Gurewitz. La mia conoscenza dell’inglese era all’epoca abbastanza superficiale. I nomi dei gruppi che ascoltavo finivano spesso storpiati. Più che punk ero “pank”.

Sulle letture ci si potrebbe scrivere un libro a parte. Se leggevi la differenza dal resto era garantita. I libri, insieme all’alcool, erano il biglietto per volare via, almeno con la testa. I compagni di viaggio sono stati tanti, difficile ricordarli tutti, ma vale la pena citarne alcuni. Bukowski, Kerouac, Hemingway, Fante, Steinbeck, H. Miller. Sì, a dispetto del mio antiamericanismo modaiolo, prendevo quasi tutto dagli Stati Uniti, per la musica era pressappoco la stessa cosa.

L’alcool rappresenta un capitolo fondamentale di quel periodo. La birra era il pane quotidiano. Ancora oggi ho una certa diffidenza nei confronti degli astemi e di quelli che non apprezzano le gioie etiliche.

Consideravo la birra come una faccenda maledettamente seria, c’era poco da scherzare. Conoscevo i miei limiti e bevevo fino a raggiungerli. Disprezzavo profondamente quelli che vomitavano. Uno spreco, oltre che uno schifo. Bisognava tenere tutto nella pancia, come fanno i migliori taglialegna nei paesi dell’appennino, altrimenti non ne valeva la pena. Del resto si sa, meglie n’uocchie d’preut n’terra ca na goccia d’vin*.

I vestiti adatti, quelli che qualche volta vedevo andando a Roma, non me li passava nessuno e così mi arrangiavo con quel che capitava. L’abito non faceva il monaco, certo. Però aiutava. Roba troppo larga, spille, catene raccattate non si sa bene dove. Borchie nemmeno a parlarne, a me facevano schifo le borchie.

Io avevo (ed ho) i capelli che tendono al riccio crespo. Il mio barbiere – sull’orlo della pensione – era un vecchio amico del mio defunto nonno. Delle mie richieste da giovane non capiva nulla e non voleva sapere altrettanto. Doppio taglio e via. Del resto sull’insegna c’era scritto Salone. Potete immaginare quanto fossero vani i tentativi di tirare su tutto con quintali di gel e somigliare in qualche modo a ciò che vedevo nei libretti dei dischi. Povero me. Ero un groviglio di rovi spinosi.

Conciato in quel modo non avevo grosso seguito femminile. Avevo un mucchio di amiche certo, ma di figa nemmeno a parlarne. Figurarsi.

Trascorsi gli ultimi anni del liceo seguendo più o meno questa linea, poi giunse l’università e alcune cose cambiarono.

* “Meglio un occhio di prete per terra che una goccia di vino”. È un vecchio detto locale.

[L’immagine del post è la scansione mediocre di una foto che ho scattato (con la mia adorata Nikon F50) a Colle Val d’Elsa (SI) nella primavera del 2004. Il soggetto nella foto è un tale C., erasmus tedesco a Siena.]

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24 pensieri su “Punk in provincia

  1. M’hai ricordato un pezzo di vita, quindici anni prima di te. Quando ascoltavo musica “diversa” e leggevo libri “diversi”. Non sono mai stata ne punk, ne pank, ma vivevo e vivo tutt’ora In provincia, e la formazione più o meno è stata la stessa. Bei ricordi comunque.

  2. Sono nato un quarto di secolo prima, ma il percorso è stato simile … Mi hai fatto aprire dei cassetti di bei ricordi, che i brutti per fortuna son stati quasi tutti dimenticati.

    Spero che la F50 tu ce l’abbia ancora 🙂

    1. Alla fine restano le cose buone… Per fortuna.
      La F50 è qui nell’armadio ma sono quattro anni che non ci faccio una foto. Mi sono ripromesso di usarla al più presto…

  3. Dopo aver sbirciato in piedi le prime tre righe del tuo post, mi sono messa comoda su una sedia del tavolo della mia cucina per godermi ogni parola del tuo racconto. Che dici, qualcuno che conosca oggi lo studioso di storia potrebbe mai pensare che abbia avuto un passato da punk/pank? 🙂 Belli i passaggi sulle eredità musicali, lo spendere i risparmi per le passioni e la ricostruzione artigianalmente il look giusto. Bello il vomitare che è uno spreco. Bello davvero come scrivi. Bravo Michele! 😉

    1. Ciao Maru,
      innanzitutto grazie mille! Ero punk un po’ a modo mio. Ho scritto questo post per prendermi un pochino in giro.
      Penso che più di qualcuno potrebbe indovinare il mio “passato” dato che il mio modo di vestire è sempre abbastanza informale. 🙂
      Buona notte!

  4. bella lettura 🙂
    io sono astemia…però per necessità 😦 un tempo ero una mediocre bevitrice di birra, tra l’altro francesi
    e pure artiginali, che mio nonno faceva lui, non erano malaccio, ma se prorpio devo preferisco una bella rossa 🙂
    ciao

    1. Ciao!
      Ovviamente quella sugli astemi era un’esagerazione semiseria. 🙂
      Io sono cresciuto con un amore viscerale per le weiss. Adesso preferisco le rosse. Ma quando non c’è altro bevo anche la birra del discount! 😀

  5. Io che ho 40 anni, ho sentito quell’onda nostalgica di anni che sembravano infiniti. Come sono grata agli anni 80!! Tutto era lento e le foto di me e della mia vita, comprese moda (ahimé opinabile) e divertimenti, mi lasciano in uno spazio-tempo fermo, preciso, netto, che nessuno potrà mai cancellare. Nessuno smartphone, nessun blog, nessuna ombra di tecnologia che non fosse una partita a ping pong o una cantata con la chitarra agli allora squallidi giardini pubblici. All’epoca mi lamentavo, ma ora mi sento fortunata.
    Grazie per questo post, ben scritto ma molto vero soprattutto.

  6. Io portavo dei jeans laceri vecchi di mio padre e mi tagliavo i capelli a cazzo in casa da solo.
    Mi ricordo che mi ero vestito così, con i jeans laceri e una maglietta slavata, per un carnevale di terza media. Divenne il mio look abituale. Tutta colpa di Gurewitz e di “No Control”, l’ho consumato quel cd.
    Anche se, dovessi proprio trovare la nemesi del tutto, forse è stato Mike Ness che cantava “Story of my life”. Adesso i pantaloni non sono più laceri (e ogni tanto mi chiedo che coraggio avessi per portarli) ma la musica è più o meno sempre quella. Certo si spazia, ma i brividi mi vengono solo quando dalle casse esce del rumore.
    Bel post, m’è passata davanti agli occhi una carovana di ricordi!

    1. Innanzitutto grazie a te per il passaggio e per il commento.
      Devo ammettere che “No Control” ha avuto un discreto peso anche nella mia adolescenza. Per caricare la dose posso metterci anche “About Time” e “Straight Ahead” dei Pennywise.
      La nemesi del tutto? Personalmente posso additare senza troppi problemi Jello Biafra e i Dead Kennedys con “Holiday in Cambodia”…
      Benvenuto a te!

  7. Racconti di una storia che non ho mai vissuto, ma mi sembra di sentir parlare dello stesso il mondo delle giovani mine di oggi, ieri e domani, come se lo conoscessi da sempre o ne avessi fatto parte anch’io.
    Comunque su quei compagni di viaggio (Kerouac e soci…) il tempo non passa mai.
    Ripasserò sicuramente di qui. Buona serata.

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