La stretta di Jack

Il giorno del maiale - photo by Michele Di Giorgio

Jack fu trovato cadavere in mezzo agli orti in una mattina qualsiasi alla fine degli anni dieci. Il corpo giaceva riverso a terra sul bordo di un fossato e la testa era a mollo nell’acqua.

L’omicidio non suscitò particolare clamore, Jack era un mariuolo inviso alla gran parte degli abitanti del posto. In quel piccolo borgo del Molise i contadini subivano costantemente i suoi furti: oggi i peperoni, domani le uova, un altro giorno la gallina.

Nel paese le ruberie del furfante erano spesso motivo di sonore imprecazioni e rabbiose maledizioni.

Una gelida mattina di gennaio, per raccontarne una tra le tante, una contadina mise a freddare sulla finestra di casa la testa del maiale appena ammazzato. Jack passava da quelle parti e colse l’occasione al volo: infilò la testina ancora calda sotto la mantella e sparì. Tornando a casa col favore della nebbia, udì le urla della povera donna che, tra i vari improperi, gli augurava di mangiare il maltolto in un letto, da infermo. Il mascalzone, con la consueta e beffarda ironia, tornò a casa e ordinò alla moglie di cucinare la testa e di servirgliela a letto, perché così aveva raccomandato la padrona del maiale.

Non passava settimana che Jack non facesse parlare di sé. Proprio per questo la notizia della sua fine giunse senza fare troppo rumore. Il movente era chiaro a tutti, restava da capire chi fosse l’autore del misfatto. Nella foga di trovare un colpevole, seguendo il chiacchiericcio popolare, i carabinieri reali arrestarono un innocente a caso che rimase in galera per molto tempo.

Diversi anni dopo, quando ormai del delitto non si parlava più, la verità saltò fuori nella maniera più inaspettata.

Un contadino moribondo chiese di vedere il prete prima di passare a miglior vita. Il poveretto giaceva nel letto, stremato, ma volle che il sacerdote lo ascoltasse perché aveva un peso di cui liberarsi.

Quell’uomo consumato dalla febbre era l’assassino di Jack. Confessò di averlo affogato nel fossato. Lo aveva beccato a rubare nel suo orto per l’ennesima volta e voleva dargli una lezione.

Il prete raccolse la confessione e dopo la morte del colpevole raccontò l’episodio in chiesa, durante la predica. L’innocente fu liberato qualche mese dopo.

[La stretta d(i) Jack è un viottolo di campagna che alcuni vecchi chiamano ancora così in ricordo dell’episodio. La storia è vera ed appartiene alla memoria collettiva delle campagne in cui sono nato. Del personaggio conosco soltanto il soprannome “Jack” e mi sono preso la licenza di scriverlo in questo modo, ma a quel tempo avrebbero scritto più volentieri “Gècc”, o qualcosa di simile. Questa storia me l’ha raccontata mia nonna, che a sua volta l’ha ascoltata da sua madre. La foto l’ho scattata a casa mia nel “giorno del maiale” di qualche anno fa.]

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8 pensieri su “La stretta di Jack

  1. i racconti dei nonni, che hanno vissuto in campagna, sono sempre stupefacenti
    e spesso, nonostante latitudini diverse, si rassomigliano. I mie nonni, francesi, campagnoli
    di quella francia non vignaiola (si dice cosi?) ma molto simile alla tua,a questa nostra del sud
    hanno avuto anche loro un “geic” 🙂
    bella storia e tanti ricordi.
    ciao

  2. Mi fa pensare alla mia infanzia trascorsa con la mia bisnonna. Ho il cuore colmo di racconti simili. Le favole della Disney le ho imparate da me. Le sue erano così, come la storia di Gecc.
    Bravo!

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