Vite spezzate

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La notte del 14 agosto 1958 due ragazzi erano a lavoro nei campi. Si chiamavano Alfonso e Giovanni, non avevano ancora diciotto anni. Aravano la terra d’altri per pagare il trattore che la famiglia di Alfonso aveva comprato a suon di prestiti e cambiali. Lavoravano senza sosta, dandosi il cambio quando erano stanchi.

Nella remota campagna molisana i fari dell’OM 35-40 squarciavano l’oscurità, il frastuono del motore sovrastava il canto dei grilli.

Alfonso era seduto a terra, aspettava il suo turno. La giornata era iniziata al mattino di buon’ora e la fatica iniziava a farsi sentire.

Nell’attesa le forze vennero meno e si addormentò sul terreno.

Giovanni era sul trattore, continuava a lavorare ignaro di dove fosse l’amico.

Accadde tutto in pochi attimi tra lo stridere dei cingoli ed il rombo del motore. Giovanni si voltò indietro per controllare l’aratro e vide il corpo di Alfonso illuminato dal faro posteriore. Non ci furono più parole, solo urla disperate nella notte.

Non c’era più nulla da fare.

Vita, sogni e futuro erano stati schiacciati, per sempre.

[Alfonso era il fratello più piccolo di mio nonno paterno. Nacque nell’ottobre del 1940. Morì, non ancora diciottenne, nell’incidente che ho raccontato. Di lì a poco sarebbe dovuto partire per l’Australia (come il fratello, la sorella ed altri familiari) per cercare fortuna e fuggire dalla miseria. L’immagine che ho inserito è l’ultima delle poche foto che abbiamo. Ironia della sorte, è una delle fotografie autenticate che avrebbe presentato per emigrare. Giovanni è un nome di fantasia: lascio l’altro incolpevole protagonista nell’anonimato per una questione di privacy. Il trattore con cui lavoravano è quello nella foto, un OM 35-40 cingolato.]

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6 pensieri su “Vite spezzate

  1. Mia nonna ha avuto due mariti, morti entrambi per cause “naturali”. A vent’anni era già vedova. Poi si risposò, ebbe altre due figlie dal secondo matrimonio, ma anche questo marito (mio nonno) la lasciò.
    Sono Storie davvero toccanti, perché hanno cambiato la vita dei nostri nonni, genitori e anche la vita delle Terre da cui proveniamo. E’ bello che tu racconti queste Vite e nonostante siano spezzate, grazie a te, continuano a vivere.

    1. Innanzitutto grazie per aver raccontato la storia di tua nonna, in effetti le donne hanno portato un fardello enorme, forse più grande di quello dei loro uomini.
      Le terre in cui sono nato, oltre ai bei paesaggi, hanno un patrimonio enorme di storie non raccontate (o raccontate troppe poche volte), non scritte e destinate all’oblio.
      In un’altra regione o in un altro comune avrebbero finanziato delle ricerche, magari un “museo della civiltà contadina” in cui raccogliere questo immenso patrimonio, ma non dove sono nato. A loro non interessa.

      1. Come darti torto… Però forse la “colpa” del passato che non viene ricordato è anche dei trentenni e quarantenni che vanno via, che non restano a continuare il lavoro dei padri. Non si può biasimare nemmeno loro, ma non si può dare sempre la colpa al Comune come un’entità estranea ai cittadini. Forse la colpa è solo di chi non è riuscito a tramandare l’amore per la vostra terra…

      2. La “colpa” è di quelli che restano perché possono. Restano perché vivono comodi e perché sono protetti sin da ragazzini. Loro possono, gli altri no. Chi è fuori dal cerchio magico e vuole restare deve accontentarsi delle briciole.
        Io una scelta vera non l’ho mai avuta.

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