Le estati che non torneranno

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Le mie estati sono passate in maniera molto diversa da quelle della gran parte dei miei coetanei. Essere figli di agricoltori non è una passeggiata, specialmente quando sei maschio e maggiore. I mesi estivi, le cosiddette vacanze, erano il mio incubo peggiore.

Il mese di giugno segnava la fine della scuola e l’inizio di una lunga marcia attraverso l’estate. Ogni anno così, da sempre. A settembre tornavo a scuola nero come un tizzone, nemmeno fossi stato al mare tutta la stagione.

Vivevo questa condizione come una condanna, il confronto con i miei coetanei era stridente. Intendiamoci, lavoravo volentieri e a testa bassa ma l’assenza di tempo libero rendeva tutto più pesante, più asfissiante. Ai vari tentativi di strappare una concessione la risposta era sempre la stessa, per me come per i miei fratelli, dovete stare a disposizione. Come in caserma insomma, ma con ritmi molto più sostenuti.

I giorni si ripetevano sempre uguali: sveglia, colazione, stalla, lavori di campagna, pranzo, lavori di campagna, stalla, cena, uscita, sonno, ancora sveglia. Con l’università i tempi si sono compressi e tutto è diventato più pesante. Nella mia carriera universitaria la sessione di settembre è sempre saltata per “cause di forza maggiore”.

Si deve fare, mi dicevano a casa.

Gli album immaginari delle mie estati sono costellati di vacche, vitelli, schizzi di letame, polvere, terra, paglia, fieno, grano, orzo, mais, trattori, rimorchi, attrezzi, tubi, irrigatori, chiavi inglesi, martelli, grasso e olio di motore.

Avrei preferito un ricordo della bella stagione fatto di mare, spiagge, svago e pensieri leggeri. Conservo invece memorie cupe fatte di sudore, fatica, responsabilità, doveri, nervosismo, paura, desideri, cose non fatte (che avrei voluto fare) e tanto tempo rubato.

Negli ultimi anni ho imparato a tenere a bada la rabbia ma spesso ancora perdo il controllo. Sto cercando di farmene una ragione. Certe esperienze non si scelgono, non si decidono, sono come il colore degli occhi, devi accontentarti di quello che hai, di quello che sei. Nel bene e nel male questo è il posto dove sono cresciuto, l’unico che ho dentro.

In qualche modo la vita deve andare avanti.

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7 pensieri su “Le estati che non torneranno

  1. Al contrario di te, in estate, non lavoravo in campagna, ma sotto una cappa di solitudine e a casa, passavo le vacanze, mentre i compagni di scuola, partivano in villeggiatura
    Un sorriso di buon weekend
    Mistral

  2. Io vivo in campagna, ma non ho mai fatto lavori di campagna… mi viene in mente la frase di uno, non ricordo più chi, che diceva che lavorare in campagna era qualcosa di zen…. altro che yoga (era un ex sesantottino,se non ricordo male,passato da varie esperienze, e arrivato alla vita in campagna, come scelta, credo definitiva… già, scelta. Questo è il bello della vita, ma abbiamo veramente scelta? Tante domande, fa sorgere il tuo post…

  3. Caro Ally,
    in effetti quando queste cose vengono fatte per scelta, in età adulta, hanno lo stesso valore della militanza politica. Ma quando ci nasci non hai scelta. Hai solo l’opzione dolorosa di troncare un’esperienza che dura da generazioni. E non si può fare a cuor leggero.
    A presto

  4. Hai fatto bene a scriverlo, perché si dimentica volentieri che c’è una realtà diversa da quella delle spiagge. Anche i professori dell’università, mi pare che facciano fatica a capire che esiste altro rispetto alla studente perfetto, la cui famiglia lo può mantenere per anni, magari nella sede universitaria.
    Io mi sono sbarcata anni di treni e ho sempre, sempre lavorato con i miei, ed è una cosa che mi ha rallentato il percorso universitario.

  5. Bello ritrovare i tuoi post. Penso che il blog sia liberatorio in quelche modo. Si condividono al meglio sensazioni, esperienze, idee. È qualcosa di costruttivo, nobile e profondo.

    Bello ritrovare anche i vecchi amici come Ally! Un saluto a tutti. Vecchi e nuovi

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